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AHAB
“The Divinity of Oceans”
(Napalm records)
VOTO: 90
PER CHI ASCOLTA: funeral doom, Yob e Until Death Overtakes Me.
Il ritmo degli Ahab è un respiro cadenzato, sofferto e profondo. Lo stesso battito che aveva reso il precedente “The Call Of The Wretched Sea” una perla nera è oggi lo scheletro dinamico di un album in cui la successione di idee è costruita sull'enfasi indolente tipica di certo doom europeo da cui attingere l'estetica dei Funeral e lo spirito progressivo dei Until Death Overtakes Me, l'inflessione insana dei Nortt e la lucida mania depressiva dei Thergothon.
Il risultato è, ovviamente, un funeral doom preda dell'enfasi formale romantica del Melville di “Moby Dick” (a cui era ispirato il precedente lavoro) che trova il suo ambiente ideale in un album in cui un senso più spiccato della melodia non tradisce una mitigazione dei canoni tipici del genere. Metriche rallentate e suoni di piombo navigano in un oceano di malinconia oscura e profonda come le acque in cui tracce come la title-track e “O Father Sea” portano la musica a perdere orientamento, a spingere oltre un suono che non indugia in barocchismi mantenendo un animo minimale e libero da ogni immotivata speranza.
Questa volta il concept è un racconto/diario di due sopravvissuti (Owen Chase e Thomas Nickerson) all'affondamento della baleniera Essex. "The Loss Of The Ship Essex, Sunk By A Whale" è un libro sui 3 mesi passati a galla grazie al poco o niente salvatosi dal naufragio per opera di un cetaceo: l'ennesima e ultima vittima di un equipaggio “feroce e sanguinario come la morte a cui andavano ora incontro”. “The Divinity Of Oceans” è un lungo racconto di speranza a centinaia di miglia dal più vicino approdo con la morte come unica compagna e chimera.
Non mancano parti acustiche, di serenità apparente e di melodie che aprono ad una quiete ("Tombstone Carousal") che non è mai ottimismo ma attesa, sogno. Cosi' come è onirico lo spirito che tiene in piedi la retorica di un brano epico come "Yet Another Raft Of The Medusa (Pollard's Weakness)" in cui la magniloquenza espressiva si dipana nei 12 minuti che meglio riassumono lo spirito di un album denso di idee e illusioni che vivono lo spazio di un album per poi appassire tra le spire della realtà.
“The Divinity of Oceans” è di sicuro un album che, insieme a “The Great Cessation” degli Yob, risulterà essere uno dei lavori da salvare di un 2009 finora non troppo generoso per quel che riguarda l'ambito doom. Se dovessi contare le volte in cui il successore di un piccolo capolavoro è riuscito nell'intento di surclassare il suo predecessore, potrei tranquillamente usare due mani ed avere ancora un paio di dita libere per scrivere. Gli Ahab superano se stessi e lo fanno a passo del ritmo che sentono avere dentro: quello del respiro più profondo.
(Alex Franquelli)
MASSIMA ALLERTA: “Yet Another Raft of the Medusa (Pollard's Weakness)” e “Tombstone Carousal”
COLPO DI SONNO: se non si apprezza il funeral doom, un po' tutto.
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