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A CURA DI FRANCESCO SCARCI
IN COLLABORAZIONE CON:

pozzodeidannati@yastaradio.com
SKULLSHIFTER
“Inner Demons”
(BFD Records)
Voto: 60
# PER CHI ASCOLTA: Death Metal Melodico teutonico
"Inner Demons" è l'album d'esordio per questo quartetto made in USA che segue di qualche anno l'uscita del loro EP “Here in Hell” (2005). Sfortunatamente non ho la possibilità di fare un paragone con l'EP, in modo da poter verificare la maturazione di questo gruppo, ad ogni modo posso garantire fin da subito che con questo cd vi troverete di fronte ad un efficace e diretto thrash metal. Le tracce, pur mantenendo una certa semplicità, sono energiche e con un buon ritmo, soprattutto per quanto riguarda le chitarre. La voce, anche se non particolarmente melodica, è decisamente aggressiva (forse in modo troppo forzato) e sa trasmettere energia all'ascoltatore, unica pecca risiede forse nella monotonia: qualche cambio di tono avrebbe certamente giovato sul giudizio complessivo. “Inner Demons” si apre benissimo: l'intro del brano iniziale, “Exploiter” è decisamente epica e suggestiva e, anche se in modo forse non troppo perfetto, con un deciso cambio nei suoi riffs ci introduce poi ai toni più thrash oriented che si presentano nei brani successivi. Le chitarre, così come la batteria svolgono un ottimo lavoro sia sul piano della qualità che della velocità, un po' sacrificato invece sembra essere il basso, non si capisce se per scelta stilistica o per difficoltà tecniche da parte di McCaffrey. Ad ogni modo diversi passaggi sono più che godibili e con la traccia nove, “Breaking Point”, raggiungiamo probabilmente l’apice compositivo di questo lavoro, che fa ben sperare nelle potenzialità di questa band. A tal proposito l'unica perplessità risiede nell'età della band, visto che sia Nolz che Scioscia non sono certo dei giovincelli e suonano entrambi da 20 anni: si spera che questo sia un vero e proprio album d'esordio e non soltanto un punto d'arrivo. In definitiva “Inner Demons” è un buon platter per tutti gli appassionati del genere, ma niente di più. (Alberto de Marchi)
# MASSIMA ALLERTA: l'assolo di chitarra di Ross The Boss (Manowar) in “Etched In Sand”
# COLPO DI SONNO: la voce è un po' monocorde lungo tutti i 45 minuti dell'album
ABROGATION
“Sarggeburt”
(Self)
Voto: 65
# PER CHI ASCOLTA: Death Metal Melodico teutonico
Quarto album per questa band di Magdeburgo che esce a distanza di 4 anni da “1487” e dopo 2 anni di lavorazione (simpatico il video sul sito www.abrogation.de, con immagini dei componenti durante le fasi di registrazione) con il titolo di “Sarggeburt” (Bara di Nascita) che ci fa capire subito, anche dall’immagine in copertina, a che genere di musica stiamo per andare incontro: Medieval Death Metal. Da notare subito che, così come il titolo dell’album, anche tutte le canzoni sono rigorosamente in lingua tedesca, scelta che se da un lato denota una certa caratterizzazione, dall’altra risulta essere alquanto strana per una band con 10 anni d’esperienza, il che può far perdere parte del piacere d’ascolto. La principale caratteristica che rende apprezzabile questo album è comunque la capacità del gruppo nel mettere assieme un ottimo mix che varia in modo originale dal Death Melodico (apprezzabile l’intro con le note di violoncello che introducono in un crescendo al brano d’apertura), all’heavy (anche se in alcuni passaggi si fanno sentire ancora alcune influenze, che ricordano soprattutto gli Iron Maiden). Per quanto riguarda la composizione, punti forti delle tracce sono decisamente gli assoli delle chitarre, puliti e tecnicamente ragguardevoli; peccato invece per la voce, che risulta essere forse troppo piatta e omogenea nell’arco delle 13 canzoni (eccetto la ballata acustica “Hans Eisenbeiss”, dove però il contrasto che si viene a creare lascia decisamente spiazzati). Nota di merito per l’undicesima traccia “Eine furs Feuer” (Uno per il Fuoco), brano che presenta una struttura elaborata e piacevole per l’ascolto, probabilmente la miglior traccia della release. In definitiva, con questa nuova fatica, gli Abrogation sono riusciti a dare alla loro musica un carattere unico, caratteristica che gli permette di meritarsi certamente rispetto. (Alberto De Marchi)
# MASSIMA ALLERTA: I brani “der Wurm des Zweifels” e “Eine furs Feuer”, che continueranno a restarvi in mente anche dopo l’ascolto.
# COLPO DI SONNO: Testi in tedesco, a questo punto forse sarebbe il caso di mettersi alla prova anche con l’inglese.
S:T ERIK
"From Under the Tarn"
(Solitude Prod.)
voto: 80
# PER CHI ASCOLTA: Doom Psychedelia, Ufomammut, Sleep.
Quale goduria nel mettere questo cd nel mio lettore: era da tanto tempo che non ascoltavo questo genere di sonorità doom/stoner/psichedeliche tutte ben miscelate tra loro e in grado di produrmi dei magnifici trip mentali, come se avessi fatto un abbondante uso di LSD. Il quintetto svedese, capitanato dalle disperate vocals di Erik Nordstrom riesce in tutto questo e lo si capisce già dalla iniziale “Goddess” dove in sette minuti, i nostri palesano tutto il loro talento. Chitarroni dal chiaro stampo stoner, si alternano a momenti di delicata e lisergica psichedelia, con la sofferente voce di Erik a parlare di solitudine e disperazione. L’inizio della seconda lunghissima traccia (più di undici minuti) sembra presa in prestito dagli ultimi ISIS: 3 minuti e passa di atmosfere soffuse, dense e avvolgenti, dopo di che sale in cattedra ancora una volta il talentuoso vocalist e ci conduce tra i fumi solforosi dell’inferno, facendoci capire con le sue parole che stiamo buttando via le nostre vite. Le ambientazioni angoscianti che si percepiscono sono davvero da brividi: i sintetizzatori giocano un ruolo di prim’ordine nell’economia globale di questa release, creando atmosfere apocalittiche a tratti e spaziali in altri frangenti. Assai affascinante il risultato, soprattutto se siete nella classica cameretta a luci spente, il tutto vi sembrerà più seducente. Nella terza, altrettanto lunga, song, si mette da parte il doom angosciante e si torna a parlare di space stone rock, con i granitici riffs del duo Tomas Eriksson e Magnus Wikmark a proporre il loro ultra conservativo drone fino a quando a metà della song sopraggiunge il silenzio, forse la fine del mondo: c’è freddo, l’atmosfera si fa sempre più rarefatta, la paura ci assale per poi esplodere nella parte conclusiva della traccia… spettacolare! È come trovarsi in un brutto sogno quando quanto di più oscuro e inquietante sta per assalirci, ma il dramma, la paura che sorge è che non sai esattamente cosa sia quella entità misteriosa che sta per farti a pezzi. La musica dei S:T Erik ha lo stesso medesimo effetto: è oscura, inesplicabile, terrorizzante ma il risultato è estremamente affascinante. Un ipnotico basso apre “Black Wall” e via pronti a ripartire per un altro viaggio spaziale a bordo dell’astronave svedese. La conclusiva “Swan Song” nei suoi tredici minuti ci tramortisce definitivamente con i suo riff pachidermici, le atmosfere ultra mega dilatate, asfissianti, che ammorbano irreparabilmente le nostre menti… Non ho fatto alcun uso di droghe ve lo giuro, ma risollevarmi dal mio sofà dopo l’ascolto di questo cd, è davvero impresa assai ardua. Ottima musica (non per tutti però), ottimi musicisti e un’ottima produzione (sporca il giusto), confermano l’oculatezza da parte dell’etichetta russa Solitude Production, nello scegliere le band da mettere nel proprio rooster. Complimenti avanti cosi! (Francesco Scarci)
# COSA FUNZIONA: suoni raffinati, atmosfere da paura, vocals sofferenti
# COSA SERVE: l’attenzione dei magazine specializzati
TIME'S FORGOTTEN
“Dandelion”
(Self)
Voto: 75/100
# PER CHI ASCOLTA: Progressive, Pink Floyd, Massive Attack, Dream Theater
Bravi! È la prima impressione che rimane subito dopo aver ascoltato il CD autoprodotto da questa giovane band del Costa Rica. “Dandelion” esce a due anni di distanza da “A Relative Moment of Peace”, album d'esordio che ha dato la possibilità a questi sei ragazzi di partecipare a diversi festival Progressive-Rock nel continente sud-americano e di farsi un nome grazie al loro indiscutibile talento. Quello che stupisce sin dal primo ascolto del cd è la capacità innata di combinare assieme tutti gli elementi in un mix sorprendentemente piacevole e omogeneo, in cui nessuna componente risulta sacrificata rispetto alle altre. Partendo dalle tastiere infatti, con un Calvo che oltre a essere il principale compositore dei brani si dimostra anche un ottimo musicista, abile negli assoli tanto quanto nella parte elettronico-digitale, la musica dei nostri scivola via che è un piacere. Le chitarre svolgono un lavoro egregio, gli assoli sono ottimi, non solo dal punto di vista della velocità d'esecuzione ma anche per l'energia che sanno trasmettere così come il basso che fa sentire la sua presenza in ogni traccia. Le voci sono decisamente pulite anche se in alcuni passaggi non sono perfette al 100% (forse troppo “acerbe” in alcuni frangenti). Nota al merito inoltre per la batteria: Jorge Sobrado è decisamente un batterista talentuoso, certo non siamo ai livelli di Portnoy ma comunque ha un'ottima impronta, bravo negli inframmezzi jazz, abile nei passaggi più complessi e dinamici così come nell'utilizzo del doppio pedale. Interessante infine l'intrusione etnica con le parti di flauto di Eduardo Oviedo che si integra molto bene con l'identità dell'album. In definitiva “Dandelion” è un lavoro elaborato e ricco di ottime melodie ricercate; raccomandato non solo agli amanti del genere. Da ricercare assolutamente! (Alberto De Marchi)
# MASSIMA ALLERTA: l a traccia 5, “The Tale of the Sun and Moon”, per i suoi ottimi passaggi di chitarra, sia acustica che elettrica
# COLPO DI SONNO: Non pervenuto.
GREEN ARROWS
"The Earth"
(Vacation House Records)
voto: 50
# PER CHI ASCOLTA: Thrashcore, Biohazard, Soulfly
Non so se ci sia una forma di accanimento nei miei confronti, ma ultimamente nelle mie mani non trovo altro che dischi penosi da recensire. Mettendo nel mio lettore questo platter dei bolzanini Green Arrows, ho rivissuto nuovamente questa sensazione. Ma che diavolo di musica è questa? Come si può produrre un disco del genere alle soglie del 2010, quando una miriade di band validissime se ne stanno in giro senza uno straccio di contratto? “The Earth” è un disco suonato male e registrato anche peggio, che ruota musicalmente attorno all’hardcore (stile Biohazard o Stuck Mojo) ma che anche si ripropone di rivisitare il thrash death dei Sepultura. Alla fine ci troviamo di fronte 10 tracce che per quanto brevi siano, scorrono via stancamente senza farmi sussultare per un attimo dalla sedia: chitarre sporche e banali creano le fondamenta di questo “The Earth”, release i cui testi ruotano attorno a temi scottanti della società (unico vero punto interessante del cd). I primi 5 pezzi sono uno peggio dell’altro, poi accade una sorta di miracolo con “Kazakhstan”, song che ricorda da vicino i Soulfly e per un attimo mi fa risvegliare dal mio torpore autunnale. Ma con la successiva “Before My Last Breath”, si torna a scadere nell’anonimato e a spingermi a cassare senza alcuna remora questo cd. Mi spiace, perché quando si tratta di band italiane, cerco sempre di trattarle con un occhio di riguardo, ma quando la qualità della musica non è del tutto soddisfacente, nulla posso fare per salvare l’insalvabile. Alla prossima… (Francesco Scarci)
# PERCHE' NO: registrazione pessima e musica banale
# COSA FARE: riascoltare le vecchie glorie e prendere qualche buon spunto per ripartire
EPTAGON
"Discrimen"
(Evil Cemetary Records)
voto: 60
# PER CHI ASCOLTA: Black, Handful of Hate, Necromass
Una strana intro apre il cd degli italiani Eptagon, un lavoro di 5 pezzi più intro e outro, dedito ad un certo occult black metal che mi ha ricordato da vicino gli esordi degli Handful of Hate e dei mitici Necromass. Chitarre zanzarose, in pieno stile nordico, costruiscono le ritmiche furiose del sound dei nostri, con una batteria impazzita che ne appesantisce l’incedere e delle vocals demoniache a completare il quadro di questo discreto “Discrimen”, release che nulla ha da chiedere e ben poco ha da dire, in quanto ancora forma embrionale di una band che potrebbe esplodere in un futuro o sparire completamente nell’anonimato. L’act piemontese non si limita certo a ripetere pedissequamente la lezione dei grandi maestri del nord Europa, ma prova ad includere delle variazioni al tema, come qualche mid-tempo o oscuri angoli di terrore come l’arpeggio inserito nella parte centrale di “Ares Ares”, che smorza per qualche secondo gli attimi concitati del disco. Diciamo che il lavoro è ancora abbastanza grezzo, complice anche una registrazione alquanto amatoriale, comunque di spunti interessanti per il futuro se ne intravedono. Lasciamoli lavorare e maturare e poi vediamo che cosa salterà fuori… (Francesco Scarci)
# MASSIMA ALLERTA: l’arpeggio di “Ares Ares”
# COLPO DI SONNO:la registrazione amatoriale
CRYPHTEX
"Violent Affiliation"
(Self)
voto: 50
# PER CHI ASCOLTA: Death/Thrash, Testament, Carcass, Sepultura
Ecco, lo sapevo, non appena ho ricevuto questo cd, da come si presentava, da quanto era illeggibile il logo della band, dalla qualità della carta usata, sentivo che avrebbe corso il serio rischio di essere stroncato. Infilo “Violent Affiliation” nel mio stereo e le mie paure diventano ahimè triste realtà. Una registrazione a dir poco imbarazzante accompagna infatti le note di questo platter e già questo è sufficiente per farmi storcere il naso. La voce fastidiosa di Ivan e il song writing totalmente immaturo, completano questo grosso pasticcio. Il genere dei nostri non sarebbe neppure da buttare dopo tutto, in quanto il terzetto ci propone un death thrash old school (un po’ scontato a dire il vero) che, rimischiando quanto già fatto in passato dai soliti mostri sacri, Sepultura (primissimo periodo), Testament e Carcass, ci propinano queste cinque indecifrabili tracce che, sono in grado tuttavia di mettere in mostra anche qualche dote, musicalmente parlando, alquanto interessante (mi riferisco a qualche assolo ben indovinato). È tuttavia il resto, il contorno, la produzione, certe soluzioni da lasciarmi a bocca aperta a indurmi a bocciare i Crypthex. Insomma ragazzi, qui c’e da metter mano a un sacco di cose: partiamo col cambiare vocalist o comunque modo di cantare, miglioriamo drasticamente l’inserzione dei testi sulla musica, puliamo il suono cosi grezzo, cerchiamo di copiare il meno possibile dal passato e forse qualcosa di dignitoso ne può venir fuori. Per il momento solo chi ha voglia di ascoltarsi qualcosa di death/thrash, che suoni in formato super demo si avvicini ai nostri. Gli anni ’80 sono ormai andati, cerchiamo di farcene una ragione e inventarci qualcos’altro per andare avanti… (Francesco Scarci)
# PERCHE' NO: leggere la recensione per capire
# COSA FARE: cambiare la cantina dove è stato registrato il cd.
MEMORIES OF PAIN
".rewind"
(Self)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Black Symph., Dimmu Borgir, Emperor, Aborym
Ancora Italia e sempre più Italia in questo mercato discografico brulicante di band spesso inutili. Però oggi sono fiero di presentarvi una band, che per quanto giovanissima e in taluni frangenti mostri ancora un po’ di immaturità, farà ben presto parlare di sé. Si tratta dei pugliesi Memories of Pain, capaci nel corso di queste 11 tracce, di sorprenderci con linee melodiche e soluzioni musicali assai interessanti. Si parte con la solita intro e poi già da “Absentia Mentis” è chiaro che i nostri non siano assolutamente degli sprovveduti. Chitarre in pieno stile Dimmu Borgir schizzano via veloci come la luce: si stagliano su di esse meravigliose partiture tastieristiche che vanno ad intersecarsi con improvvisi stop’n go e altri effetti in grado di stordirmi e sorprendermi non poco, che di questo periodo è cosa assai rara. Dopo gli otto minuti e più della seconda traccia, ecco arrivare “Impera, Aeterna Roma” dove fanno la comparsa le liriche in italiano in pieno stile Aborym (da sottolineare che in “The Last Portrait” compariranno addirittura versi tratti dall’Inferno di Dante). Lo spettro degli Emperor aleggia in tutti i 70 minuti e passa di questo lavoro, ma sinceramente me ne frego. Se la musica è ben suonata, ricca di idee ed imprevedibilità (ascoltate l’orientaleggiante “Black Queen” per capire), per quanto possa richiamare alla mente mostri sacri del passato, sarò ben lieto di propagandarla al mondo. E devo ammettere che “.rewind” è un album con le palle, cosi come questi giovani ragazzi di Acquaviva delle Fonti mostrano un grado di maturità che talune band, cosiddette veterane, neppure se la sognano. Non è da tutti comporre pezzi lunghi (che si assestano sui 7-8 minuti), altamente strutturati e caratterizzati da un tasso tecnico assai elevato, senza annoiare; i Memories of Pain centrano in pieno l’obiettivo sfoderando una prova intelligente che riesce a coniugare il black sinfonico norvegese con certe sonorità death progressive, vero punto di forza di questa release. Qualche accorgimento deve ancora messo appunto: migliorerei le growling vocals ed eviterei il più possibile l’uso dei blast beat assestando il sound più su mid-tempos piuttosto che su ritmiche serrate, però sono certo che se saranno seguiti da vicino da persone competenti, il quintetto italico mostrerà la propria bravura al mondo intero. Avanti cosi! (FrancescoScarci)
# COSA FUNZIONA: Miscela vincente Black Symph/Death Progressive
# COSA SERVE: Un contratto serio!
DEMONIA MUNDI
"In Hoc Signo Vinces"
(Self)
voto: 65
# PER CHI ASCOLTA: Black Symph., Graveworm, Necromass
Era da un bel po’ che non mi capitava di recensire un album di black sinfonico, pensavo anzi che di band dedite a questo genere non ne esistessero quasi più. Fortunatamente mi ritrovo tra le mani qualcosa di diverso dal solito metalcore che recensisco e cosi posso nuovamente rituffarmi in atmosfere ormai abbandonate da tempo. Cinque brani che ci consegnano una band che di gavetta ne ha fatta gran tanta (il combo reggino esiste infatti dal 1996) e che con questo nuovo Mcd autoprodotto, dimostra una più che discreta maturità stilistica che speriamo possa consentire all’act calabrese di raccogliere quei frutti fin qui mai raccolti e poter finalmente firmare un contratto che consentirebbe alla carriera dei cinque demoni di fare un gran bel passo in avanti. Dopo la consueta diabolica intro si parte con la title track, cavalcata dai forti rimandi alla tradizione scandinava (Dissection e Unanimated in testa). Si prosegue con “Malleus Maleficarum” titolo forse troppo inflazionato nella scena metal, ma che comunque scorre feroce e grondante di sangue con l’uso delle keyboards che ricorda vagamente quello dei Graveworm. Un altro pezzo dal titolo in latino è “Daemonia Bolla Summa”, song dalle tematiche accusatorie contro le ingiustizie della Santa Inquisizione, braccio armato della Chiesa Cattolica nel passato: il brano ci mostra ancora una volta l’abilità della band nel fondere furia ancestrale con la melodia del black sinfonico. È solo però con le ultime due tracce che si tocca l’apice compositivo del disco: un concentrato di black epico e pagano dalle forti tinte melodiche dove trovano posto atmosfere evocativo-esoteriche che da sempre contraddistinguono il black italiano da quello del resto d’Europa. Insomma, se siete amanti della furia mistica alla Necromass, unito all’esoterismo di Mortuary Drape, vi piacciono le sinfonie di Stormlord e Graveworm, e siete nostalgici delle melodie che hanno reso grandi gli Emperor di “In the Nightside of Eclipse”, beh un ascolto ai Demonia Mundi lo darei sul serio, magari potreste scoprire anche voi, che il black sinfonico non è morto… (Francesco Scarci)
# MASSIMA ALLERTA: per la conclusiva “Our Eucharist”
# COLPO DI SONNO: troppo brevi i 23 minuti del cd per addormentarsi…
KAILASH
"Past Changing Fast"
(Frostscald Records)
Voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Progressive, Ved Buens Ende, Virus, Fleurety
Secondo cd per i nostrani Kailash, duo proveniente da Viterbo, che propone un sound estremamente personale e sperimentale. Partendo da basi math, l’act laziale esplora un po’ tutti gli ambiti della musica metal e non solo. Devo dire che mi ha fatto un po’ impressione leggere in giro per il web che i nostri siano una formazione black metal (relegato ad un paio di rare incursioni selvagge), perché a mio parere questa informazione è estremamente fuorviante di quelle che sono invece le reali note che si trovano nelle corde del duo Marco/Andrea. La prima “Water Glimpse” è una song strumentale (come tutto il resto del disco d’altro canto) decisamente ispirata al post rock, in cui si susseguono passaggi che vanno a dipingere ambientazioni oscure ed altre più brutali. La successiva title track è un gioiello in cui si incastonano gemme di jazz, avantgarde, math-core e progressive, che la incoronano decisamente al primo posto tra le mie preferenze. Sia ben chiaro “Past Changing Fast” non è uno di quei lavori estremamente semplici da essere affrontati: il fatto di essere cosi eclettico pone come condizione basilare la necessità di avere una mentalità estremamente aperta a questo genere di sonorità, non sempre facili da digerire. Andando avanti con l’ascolto dei brani, ci si rende sempre più conto della elevata capacità tecnica dei fratelli Basili che già avevano messo in luce le proprie potenzialità in passato sotto il monicker di Krom. I nostri sono dei maestri nell’alternare momenti di delicata poesia, ad altre esplosive evocazioni sonore, esaminando in modo approfondito il proprio intimo e le percezioni più distorte della psiche umana. Forse sto vaneggiando si, ma è solo l’effetto ipnotico che l’incedere di questo disco provoca alle mie cellule neuronali. Sono destabilizzato da quest’alternanza di suoni disarmonici, completamente disorientanti, che sembrano volti a portarci in un universo parallelo in cui tutto va all’incontrario. Bello, ma tutto decisamente strano, mi trovo quasi al termine dell’ascolto del cd e ho perso la cognizione del tempo e dello spazio. È un andirivieni di emozioni che travolgono l’ascoltatore, che spesso si ritrova spiazzato dalle soluzioni adottate dai nostri, decisamente dei maestri nel saper miscelare influenze provenienti da più ambiti musicali. L’unica scelta che magari non condivido troppo è il fatto di non avere un cantante in pianta stabile nella band, una di quelle voci sofferenti che potrebbero donare al tutto ancora maggiormente un feeling di disperazione, inducendo quindi l’acquisto di questo disco solo ad un ristretto numero di persone. L’ultima segnalazione riguarda il rifacimento di “Remembrance of the Things Past”, song dei norvegesi Ved Buens Ende, logicamente riletta in chiave Kailash style. Se volete abbandonare il vostro mondo e immergervi in un altro per una quarantina di minuti, il suggerimento che vi do è di tuffarvi nelle note di questo futuristico “Past Changing Fast” e lasciarvi andare ad un alternanza di pensieri confusi e distorti, attenti però a non sfociare nella pazzia! Raffinati e intensi, ma decisamente poco abbordabili e relegati per ora, solo all’ascolto di una di nicchia di persone. (Francesco Scarci)
# MASSIMA ALLERTA: per suoni capaci di suscitare qualsiasi tipo di emozione
# COLPO DI SONNO: in alcuni passaggi troppo delicati
ILLIDIANCE
"Synthetic Breed"
(Hellcome to Dollywood Records)
Voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Cyber Death, The Kovenant, Deathstars, Sybreed, Ensoph
Da più parti indicati come la migliore cyber metal band russa, gli Illidiance con questo Mcd di cinque pezzi (più un live video), confermano effettivamente le proprie eccellenti doti musicali. Formatisi appena nel 2005, e già con due full lenght alle spalle e diversi concerti di supporto ad act quali Rotting Christ, Deathstars e Grave Diggers, con “Synthetic Breed” i nostri vogliono regalarci un gustoso antipasto in attesa dell’uscita (speriamo prossima) del loro terzo cd. Musicalmente parlando possiamo collocare il quartetto di Rostov sul Don a cavallo tra le l’electro death dei The Kovenant e il cyber thrash dei Fear Factory. Si parte alla grande con “Cybergore Generation”, song di notevole spessore, in cui il combo russo mette in luce il proprio bagaglio tecnico-compositivo: un potente attacco frontale, arrembanti synth, gustose melodie, l’alternanza di clean vocals con il growling di Dimm “Xyrohn”, la indicano come la migliore traccia dell’Ep, mostrandoci fin dall’inizio di che pasta sono fatti questi russi. Si prosegue con “Infected”, song più ritmata, che mi ha ricordato le ultime cose dei nostrani Ensoph, per quelle sue atmosfere esoterico-futuristiche. La terza “Mind Hunters” conferma le buone cose sentite fino ad ora: ritmiche schizzate su basi melodiche industrial cibernetiche che ci travolgono con quei suoi catchy riffs e per le sue vibrazioni elettroniche capaci di infettare l’ascoltatore. “Razor to the Skin” esordisce molto in stile Kovenant, ma poi prosegue con la sua furia high-tech. Un plauso particolare va fatto ai due vocalist, bravissimi come impostazione vocale, altrettanto bravi nel saper alternare il cantato growl e clean. Chiude la bonus track, “Cybernesis”, trionfante marcia di chiusura per un lavoro che conferma effettivamente le qualità di una band che non conoscevo, ma che è stata in grado di conquistarmi fin dal primo ascolto. Da tenere sotto stretta osservazione! (Francesco Scarci)
# MASSIMA ALLERTA: accattivanti melodie su basi industrial
# COLPO DI SONNO: durante il live video, non li sopporto…
DEFAMER
"Chasm"
(Self)
Voto: 50
# PER CHI ASCOLTA: Brutal Death, Cannibal Corpse
Album d’esordio totalmente home-made per questi cinque ragazzi australiani provenienti dal Queensland che forse però sono troppo audaci nel voler fare tutto da soli, peccando d’inesperienza. Fin dall’inizio infatti, l’intro “In Umbris” di oltre 2 minuti (un po’ troppi) dei Boyd Potts non si dimostra una felice collaborazione, il pezzo infatti resta slegato al resto della scaletta e risulta essere piuttosto noioso. Seguono poi le canzoni della band, che subito lasciano spiazzati per la somiglianza dei due brani in sequenza “In Winter it Began” e “The Inverse Dominion”. L’album si risolleva a buoni livelli con i pezzi “Black Oscene” e “Of the Chasm” ma si perde poi nuovamente, in un mix di canzoni che tentano di imitare i maestri Cannibal Corpse, senza però mostrare niente di veramente originale: la voce prepotentemente growl risulta infatti monotona e troppo pastosa, mentre i passaggi strumentali, pur dimostrando una certa talentuosità non sono mai innovativi o particolarmente interessanti: la batteria corre veloce, ma non ci sono veri momenti degni di nota, mentre chitarre e basso tentano sia la strada del virtuosismo velocistico sia quella dei riff più lenti, senza però riuscire mai a sorprendere. In definitiva resta un album d’esordio mediocre che non emerge dalla massa; si attende con impazienza una nuova produzione per vedere in che direzione si potrà muovere l’ago della bilancia, sperando che questo primo album dia alla band la possibilità di avere in futuro l’aiuto di una consulenza discografica d’esperienza che potrà certamente giovare sul risultato finale. Trattandosi di un’autoproduzione la nota conclusiva riguarda la qualità del CD: la produzione risulta essere buona per quanto riguarda registrazione e incisione delle tracce, mentre una nota negativa va al booklet ed alla copertina del CD, che risultano essere di scarsa qualità. Da rivedere (Alberto De Marchi)
# MASSIMA ALLERTA: Non pervenuto
# COLPO DI SONNO: Intro (non si capisce cosa centri con quest’album)
THE OCEAN DOESN’T WANT ME
"Which I Hope to Live For"
(Self)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Post Rock/Sludge, Isis, Cult of Luna, The Ocean
Di questa band mi aveva già incuriosito il nome, potete ben immaginare quanto poi sia diventato più suggestivo procedere alla sua recensione scoprendone la provenienza: Sud Africa. Che spettacolo; chissà se là dove le onde dell’Oceano Atlantico si infrangono contro quelle del Pacifico si respiri un’aria diversa, più ispiratrice? Da quanto si carpisce dalle prime note, direi proprio di si. Ragazzi, di nuovo fuori carta e penna perché qui di carne al fuoco c’è n’è molta e non voglio che ancora una volta vi lasciate scappare un cosi ben fatto cd. Partiamo da quello che è il sound di base della compagine sud africana: un ispiratissimo post rock super dilatato sulla scia dei migliori Isis, ma non solo. Il terzetto di Pretoria è riuscito a creare un coinvolgente e avvolgente lavoro che mi fa ben sperare per il futuro prossimo, quando nel 2010 uscirà il secondo capitolo del combo Afrikaans. Se siete degli amanti delle atmosfere psichedeliche alla Isis qui c’è pane per i vostri denti: atmosfere soffuse, squarciate da vetriolici riff di chitarra e corrosive vocals. Si parte con un oscuro post rock che lascia presagire che ben presto qualcosa di interessante accadrà ed è cosi in effetti, perché dopo un avvio abbastanza rilassato, con la comparsa anche di una eterea voce femminile nella terza traccia, il lavoro diventa più aspro e duro con chiari riferimenti di matrice “swedish” (Cult of Luna su tutti, ma anche qualche giro di chitarra di Meshuggahiana memoria). Intrigante, pachidermico, misterioso, disperato, “Which I Hope to Live For” ci consegna una band davvero capace, in grado di stupirci con trovate interessanti (alcune parti tribali di batteria) e da assaporare assolutamente tutto di un fiato in cuffia in una stanza completamente buia. Emozionanti, deprimenti, desolanti, questi sono solo alcuni degli aggettivi che si possono affibbiare alla band dell’emisfero sud, neanche vivessero nella tundra scandinava. In alcuni passaggi si rivelano ancora un po’ acerbi come nella sesta “Nation of Spears”, dove il retaggio hardcore si fa sentire più che in altre parti, ma poi nella seconda parte della traccia ecco la band ritornare ad ammorbarci con le sue visioni da fine del mondo. Doom, psichedelia, post rock, rimandi ai Pink Floyd (ascoltate “You’re Yellow not Golden”), sludge, trip-hop, post-hardcore, tutto questo si ritrova all’interno del sound di questi meravigliosi The Ocean Doesn’t Want Me, vera e propria scoperta di questo autunno infuocato. Geniali… (Francesco Scarci)
# COSA FUNZIONA: sound vincente stile ISIS
# COSA SERVE: una etichetta competente che li possa supportare
ID:VISION
"Plazmadkacs"
(Haarbn Prod.)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Industr. Black, Kovenant, Ministry, Dodheimsgard
Eh già, continuo a ribadirlo: dall’est Europa in quest’ultimo periodo stanno arrivando sempre più prodotti di ottima qualità musicale ed estremamente curati nei dettagli. Dalla Bielorussia ecco arrivare gli Id:Division ossia la risposta est europea a Kovenant o Dodheimsgard. Già a partire da un entusiasmante digibook rigido con un booklet ricco di testi e ottima grafica, il sestetto di Minsk ci spara in faccia il loro peculiare death/black infarcito di sonorità techno-industrial. Ragazzi, che botta! La macchina da guerra Id:Vision è una sorta di panzer impazzito che ci travolge con i suoi suoni cibernetici, tanto da sembrare di ritrovarsi all’interno di un videogame con effetti stordenti che penetrano le nostre menti facendoci impazzire. La musica dei nostri è estremamente frenetica, non ci lascia via di scampo per un solo attimo, spingendoci solamente ad un headbanging furioso. “Doden Force Division” e “Disphenoid’s Equilibrium” sono due cavalcate, dove il metal estremo dei nostri, si fonde con dei suoni elettronici capaci di lacerare i nostri timpani. Poi parte “Nietzsche Trilogy”, un trittico di brani dall’incedere costantemente al limite della follia e con techno beat dal vago sapore danzereccio: sembra di essere quasi in discoteca in preda ad acidi nebulizzatori del nostro cervello e poi ancora dentro ad un flipper, tanti sono gli effetti ubriacanti che si susseguono nei minuti di questa trilogia. Siamo a metà cd e non capisco più nulla a causa di tutti questi suoni, che finiscono per allontanare la band da qualsiasi banalissimo paragone. Un momento di respiro con “Deathcamp Prelude” e poi con “Decagon Deathcamp” scattano nuovamente le visioni post-apocalittiche della band bielorussa, con gli stravaganti sintetizzatori che dipingono quadri desolanti di morte, la voce che per un attimo abbandona il suo cantato corrosivo per farsi più androide (e poi umana nella successiva “I.N.R.I.”) e le ritmiche sembre vibranti, cariche di quel groove che ha reso famosi compagini ben più note come Fear Factory o Strapping Young Lad, a battere il tempo. Grande sorpresa quindi per un gruppo che non conoscevo ma che con la sua musica, un mix perfetto tra il black sinfonico e il synth rock dei Ministry, sicuramente dovrà cogliere la vostra attenzione. Funambolici! (Francesco Scarci)
# COSA FUNZIONA: le schegge di follia di una musica estrema(mente) originale
# COSA SERVE: una distribuzione mondiale
HYPNOSIS
"The Synthetic Light of Hope"
(Dark Balance)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Cyber Death, The Project Hate
Anche se per i più gli Hypnosis sono una band totalmente sconosciuta, io li seguo invece fin dal loro debutto e devo dire di averli visti crescere stilisticamente e passare dalle sonorità death degli esordi al death gothic del loro periodo centrale, fino a giungere a quest’ultimo album, dopo aver attraversato una fase pesantemente influenzata dai Fear Factory, la cui ascendenza cibernetica si fa comunque sentire anche in questa nuova release. "The Synthetic Light of Hope", quinto lavoro per l’act transalpino, conferma già quanto di buono la band stava facendo negli ultimi tempi, e lo fa percorrendo comunque una strada non cosi facile da percorrere. Mantenendo come base il death degli esordi, il terzetto d’oltralpe costruisce il proprio sound su riff brutali, arricchendo poi il tutto con elementi cyber-industriali, arzigogolate trame chitarristiche, eteree vocals femminili ad opera di Sin_d (alias Cindy). Il risultato finale mi ha ricordato da vicino la musica imprevedibile degli svedesi The Project Hate, anche se qui magari il suono è un po’ più classicamente death metal rispetto ai colleghi scandinavi. Di carne al fuoco c’è n’è davvero tanta nelle 9 tracce ivi contenute, e ad un primo ascolto molto probabilmente, l’album potrà risultarvi assai ostico da digerire. Vi garantisco tuttavia, che dopo molteplici passaggi nel vostro stereo, inizierete ad apprezzare le graffianti ritmiche del trio francese, affrescate dall’oscurità e dalla vena malinconica di alcuni passaggi, e con l’influenza pesante di alcuni generi estranei al metal, in taluni frangenti, ad arricchire il tutto (elettronica e musica etnica). Tecnicamente, la band non ha nulla da invidiare a nessuno, anche se il suono è forse un po’ penalizzato dalla artificiosità della drum machine, ma a quanto pare un nuovo devastante batterista si è inserito finalmente nel gruppo. Se avete pazienza di ascoltare con perizia e attenzione questo lavoro potrete scoprire le interessanti sfumature che il death ha ancora da offrire. Se siete alla ricerca invece di suoni orecchiabili, qui ne troverete ben pochi. Brutali, ipnotici e psicotici, questi sono gli Hypnosis del 2009!! (Francesco Scarci)
# COSA FUNZIONA: la possente miscela electro death
# COSA SERVE: minor brutalità e qualche linea melodica in più
CHRONIC HATE
"Chronic Hate"
(Self)
voto: 50
# PER CHI ASCOLTA: Brutal Death, Cannibal Corpse
Quasi se ne sentisse la mancanza, ecco l’ennesima band di brutal death che nulla ha da aggiungere a questo mercato sempre più saturo. I Chronic Hate vengono da Bibione e con questo mcd autoprodotto, ci propongono 5 pezzi di banalissimo e monocorde brutal death di scuola americana, decisamente mal suonato e privo di qualsiasi spunto rilevante. Nonostante le radici del combo friulano fossero piantate nel black stile Cradle of Filth e Darkthrone, la band ha deciso di virare il proprio sound verso i lidi death di primi anni ’90, che hanno fatto la fortuna di band blasonate come Cannibal Corpse, Malevolent Creation, Deicide e Morbid Angel, bands underground che popolavano la scena più “florida” del mondo. Oggi, risentire quei suoni, mi fa un certo effetto perché ormai puzzano di vecchio e stantio. Cosi quando le mie orecchie si lasciano maciullare dai riff ultraveloci e taglienti dei Chronic Hate, dall’abuso dei blast beat e dalle vocals cavernose, anche se i nostri possono palesare tutta la tecnica di questo mondo (bravo Marco Calligher dietro le pelli), preferisco ascoltare i capolavori classici che hanno fatto la storia del brutal. Un unico plauso va a “Systematic Punishment”, l’unica traccia che cerca di evadere con il suo incedere oscuro, dagli schemi di questo mcd. (Francesco Scarci)
# PERCHE' NO: musica statica e senza alcun guizzo vincente
# COSA FARE: cercare nuove soluzioni stilistiche più originali
NECROMID
"The Sleep of Reason"
(UK Division)
voto: 60
# PER CHI ASCOLTA: Swedish Death, Dark tranquillity, At the Gates
“Il sonno della ragione genera mostri”, questa è la celebra frase di Goya alla quale probabilmente gli esordienti Necromid si rifanno nel titolo del loro debut. Per quanto riguarda la musica, sicuramente i nostri devono essere grandi estimatori della scena death svedese, peccato che Imperia non sia Stoccolma e che gli Ithil World Studio non siano quelli dei ben più famosi colleghi scandinavi. Ciò che ne viene fuori è un genuino album di swedish death che si rifà a mostri sacri quali Arch Enemy, At the Gates e Dark Tranquillity, tanto per citare i più noti. Però mentre il sound delle band svedesi è molto ben strutturato e ragionato, la pecca dei Necromid sta nel lanciarsi in arrembanti cavalcate dalle melodiche e scandinave linee di chitarra, interrotte da qualche mid-tempos qua e là. Se il primo pezzo mostra un gruppo dalle grandi potenzialità, già il successivo mostra qualche limite della band, che sciorina brani si veloci, aggressivi, ma che bene o male si assomigliano un po’ tutti tra loro. La voce di Antonio dovrebbe dare una mano in tal senso, cercando di conferire maggiore personalità ai pezzi, mentre i brani dovrebbero giocare un po’ meno sul continuo ed eccessivo rincorrersi delle chitarre, perché il risultato può risultare sì piacevole in qualche pezzo, ma quando la cosa risulta reiterata, scade nel già sentito e incomincia ad annoiare pesantemente. Non mi dilungo ulteriormente nella descrizione delle canzoni proprio perché sono tutti molto simili tra loro (tranne la cover di Elvis Presley “Can’t Help Falling In Love” posta in chiusura al cd) e per questo auspico che la band possa lavorare per scrollarsi di dosso quell’alone pesante svedese che pesa sulle loro teste. Insomma, lasciamo fare lo swedish death agli svedesi e noi italiani dedichiamoci all’”Italian” death in cui siamo altrettanto bravi. Sufficienza risicatissima, da rivedere (Francesco Scarci)
# MASSIMA ALLERTA: l’esplosiva apertura di “Great Death Show”
# COLPO DI SONNO: “Remember the Day”, ballad che vorrebbe ricordare i Metallica
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