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A CURA DI FRANCESCO SCARCI

IN COLLABORAZIONE CON:






pozzodeidannati@yastaradio.com





ELOA VADAATH
"A Bare Reminiscence of Infected Wonderlands"
(West Witch Records)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Death Progressive, Skyclad, Dimmu Borgir, Keydragon


A volte trascuriamo assolutamente ciò che si cela al di là delle note di un disco, cosa si narra nei testi o qual è l’arcano significato che sta dietro le parole o anche al solo monicker di una band, per concentrarci esclusivamente sulle note musicali che escono dal nostro stereo, niente di più sbagliato e superficiale. Ho compreso tutto questo dopo una interessantissima chiacchierata con il combo in questione e un nuovo mondo sconfinato mi si è aperto davanti agli occhi. Gli Eloa Vadaath sono una band proveniente dal sottobosco di Rovigo che, con questo “A Bare Reminiscence of Infected Wonderlands”, provano a dar sfogo alla loro immensa creatività, cercando ivi di miscelare il black death degli esordi con sonorità progressive o ambientazioni epico-sinfoniche e direi che quasi quasi si può gridare al miracolo. Eh si, perché quello che viene fuori dalle note di questo affascinante lavoro, è un concentrato di musica che affonda a piene mani le sue radici nella musica rock progressive degli anni ’70, estremizzandola poi con influenze moderne (Opeth tanto per citarne una) che affiorano lungo le undici songs che compongono questo cd. Non siamo ancora di fronte ad un capolavoro ma di sicuro le potenzialità, il tempo (il bassista ha solo 17 anni!!!), la tecnica e le idee innovative, giocano a favore dell’ensemble rodigino. Già dalla intro “Coalesce…” mi sento proiettato in un’altra epoca storica, per quei suoi canti gregoriani; con “Coalesce Part I” i nostri iniziano a pigiare sull’acceleratore e le atmosfere medievali mischiate al metal che ne vengono fuori sono davvero suggestive: è come ascoltare una sorta di Skyclad in versione più estrema, con un finale “pink floydiano” da brividi. È la volta poi di “64 A.D. – Le Flambeau”, song incentrata sul rogo di Roma: il death black dei nostri è raffinato e arricchito da ottimi arrangiamenti, cambi di tempo, eccellenti parti atmosferiche ed un uso quanto mai sapiente di tastiere e violino. Anche le vocals non seguono i dettami del genere e variano tra un growling mai troppo esasperato e un approccio cleaning, mai troppo pulito. Con “The Navidson Record” emergono le influenze provenienti dagli Opeth: parti acustiche, voci sussurrate, trame chitarristiche complesse, ma poi è la personalità del quartetto ad emergere in un intreccio surreale tra le graffianti chitarre e il funambolico violino dei fratelli Marco e Riccardo Paltanin. Che goduria per le mie orecchie, era da tanto tempo che non sentivo qualcosa che mi facesse finalmente sobbalzare dalla sedia e per il momento i nostri ci stanno riuscendo alla grande. Passando attraverso la tetra e operistica “Elysian Fields” si arriva a “The Temptation Chronicles”, song strumentale in cui fa la sua comparsa una vera e propria orchestra con tanto di violini, viola, violoncelli e altri strumenti a fiato, un breve intermezzo che ci dà modo di respirare e punto di incontro con la seconda parte del cd, molto più cattiva e meno sperimentale rispetto ai primi eccezionali pezzi, ma state tranquilli perché la magia che aleggia intorno a questo interessantissimo lavoro non va perduta, complice forse anche la registrazione (non proprio ai massimi livelli però) in un monastero del 17° secolo. A chiudere ci pensano altri due fantastici pezzi che riprendono quanto proposto all’inizio di questo lavoro: l’intrigante e schizzata title track e la “cradle filthiana” “Coalesce Part II”, song ancora più furiosamente folk rispetto alla parte prima (anche qui compare una dolce damigella come vocalist). Wow, che cavalcata ragazzi, sono quasi frastornato da questo lavoro, che vado subito a riascoltarmi per meglio apprezzare le qualità di questo combo che sperò possa far parlare di sé ancora a lungo. Plauso finale per l’elegante e colorato booklet interno. Complimenti, ce ne fossero di band con il coraggio di questi Eloa Vadaath, il mondo musicale sarebbe certamente migliore… (Francesco Scarci)

# COSA FUNZIONA: musica eclettica e quanto mai originale
# COSA SERVE: una migliore produzione avrebbe giovato a mio avviso sul risultato finale




MESETIAH
"The Purpose of Our Existence"
(Studio 3rd track Productions)
voto: 65
# PER CHI ASCOLTA: Death/Thrash, Machine Head, Six Feet Under, Slayer


La Finlandia non è solo sinonimo di genialità o musica folk metal, rappresenta anche un paradiso per il nascere di band puramente death metal e il cd che abbiamo fra le mani ne è la palese dimostrazione. Il combo proveniente da Kokkola, ha infatti come “scopo della propria esistenza” l’idea di attaccare gli ascoltatori con un suono ruvido e compatto, che difficilmente verrà ricordato dai posteri, ma che comunque avrà il pregio di permettervi di scaricare un po’ di adrenalina in eccesso, con quei suoi ritmi mai eccessivamente veloci, ma sempre carichi di rabbia. La caratteristica lampante di "The Purpose of Our Existence" è il quantitativo notevole di riffs carichi di groove che si addensano nei 38 minuti totali di questa release. Chitarre schiacciasassi innalzano solidi muri thrash death, con il vocione growl di Marko Rintala a vomitare nel microfono tutto il proprio nichilismo esistenziale. Ascoltando questi dieci pezzi, sembra di fare un bel salto nel passato, a fine anni ’80 primi ’90, quando questo genere, un po’ “grezzotto”, andava per la maggiore. Dico “grezzotto” perché se poi vado ad analizzare quello che è l’aspetto puramente tecnico, devo ammettere che gli assoli del buon Toni Olkkola, sono dei piccoli capolavori, che risollevano enormemente un lavoro che, altrimenti sarebbe passato totalmente inosservato (e inascoltato) dal sottoscritto. Si, Toni ci regala delle rasoiate che in taluni frangenti sembrano quelle del duo Hanneman/King degli Slayer mentre in altri momenti, più carichi di fantasia, il ricordo a Diamond Darrell dei Pantera, si fa spazio nella mia mente. La band è ancora un po’ acerba, ma lavorando un pochino sulla parte ritmica, sinceramente un po’ troppo statica e sull’anonima performance del vocalist, credo che spazio per il miglioramento ce ne sia in abbondanza. Nel frattempo, la band è comunque promosso con una larga sufficienza, ma si sa, in questi casi, l’alunno non si impegna altrimenti potrebbe dare molto ma molto di più… (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: decisamente per le lead guitar
# COLPO DI SONNO: per le atmosfere talvolta troppo mortifere che si respirano, colpa di questo sound troppo mid tempo.




HALL OF HATE
"Into the Unreal World"
(Self)
voto: 50
# PER CHI ASCOLTA: Metalcore, Unearth, Lamb of God


Suoni disturbanti, campionamenti vari e una voce quasi rubata dai Moonspell, aprono questo democd degli umbri Hall of Hate, band di giovane formazione, nata nel 2008 con l’intento di suonare metal con influenze swedish. Dell’intro abbiamo già parlato, segue “Unreal” e più che swedish metal mi viene da pensare a suoni più tipicamente “core” americani, con la voce di Aster che sembra strozzata nella sua espressione, mentre la musica, complice sicuramente una produzione non all’altezza, vive in un’alternanza di cambi di tempo senza mordente. Segue una schizofrenica “Beware of the Living”, song veloce nella sua parte iniziale, che presenta un mid-tempo un po’ sconclusionato nella parte centrale, con le vocals isteriche a infastidire non poco l’ascolto e la chiusura affidata alla classica cavalcata finale con tanto di banale assolo. Skippo in avanti perché Aster è alla lunga insopportabile nella sua performance vocale (anche se intuisco che voglia fare il verso a Tompa degli At the Gates, ma in questo caso ci troviamo su un altro pianeta) e un arpeggio apre “I’ve Lost”, brano più tranquillo e meditativo, melodico, una sorta di ballad acustica sostenuta da quell’arpeggio iniziale e dai suoni campionati; ah finalmente qualcosa di originale per le mie orecchie. Manco a dirlo e con le successive “Headshot” e “B.F.G.” si torna a suoni che fanno della banalità il proprio credo, nel tentativo remoto di imitare act quali Unearth o Walls of Jerico. C’è da lavorare e ancora molto, altrimenti il rischio di fare un clamoroso buco nell’acqua con le prossime uscite è davvero concreto. Si cerchi intanto di capire che genere voler suonare, swedish, black, metalcore o industrial e poi da li studiarsi la lezione impartita dai grandi e con un pizzico di personalità cercare di partire con calma, senza fretta… (Francesco Scarci)

# PERCHE' NO: cavare le corde vocali ad Aster
# COSA FARE: puntare maggiormente sull’uso dell’elettronica e dei campionamenti




HELEVORN
"Forthcoming Displeasures"
(BadMoodMan Music)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Death Doom, Swallow the Sun, The Prophecy, Draconian


Formatisi nel lontano 1999, a Palma de Mallorca, gli Helevorn se ne escono con il loro secondo album (dopo il loro promo cd “Prelude”, uscito nell'inverno 2000 e il primo immaturo lavoro datato ormai 2005 “Fragments”), che li ha definitivamente consacrati come una delle “migliori band doom metal della Spagna” [a detta di alcune delle più famose riviste musicali]. Dopo un periodo di stop durato 5 anni, il sestetto spagnolo rilascia questa nuova release, per la sempre attenta etichetta russa BadMoodMan Music: sonorità doom/gothic, accompagnate anche da qualche exploit con pianoforte (degne di nota sono le tracce “Two Voices Surrounding” e “Revelations”), marcate atmosfere cupe e lugubri degne dei migliori Katatonia degli esordi (bisogna ammettere che la registrazione di quest'album in Svezia ai Fascination Street Recording Studios, sotto l’egida di Jens Bogren e Johan Ornborg, ha lasciato un'impronta indelebile sul sound: mentre il precedente “Fragments” ha visto la luce in Finlandia, negli Finnvox Studios), un growling ben riuscito, che ricorda molto gli Swallow The Sun, coi quali gli ispanici Helevorn hanno girato la Spagna e il Portogallo nel 2007, caratterizzano questo esaltante lavoro, che di originale avrà ben poco ma che comunque si lascia piacevolmente ascoltare. I riff di chitarra sono sempre ben presenti e andanti di pari passo con l'aggressività vocale di Josep Brunet, come a voler marcare profondamente la malinconia che i tempi passati accrescono, vero tema ricorrente di questo cd. In alcune parti Josep ci delizia anche con la sua voce pulita (“To Bleed Not to Suffer”, “Descent” o “Hopeless Truth” tanto per citarne alcune), sebbene il suo uso risulti abbastanza limitato. Registrato nel 2009, ma uscito agli inizi del 2010, "Forthcoming Displeasures" ha tutte le carte in regola per brillare di luce propria, grazie anche alla voglia di sperimentare sonorità che un poco si distaccano dal loro filone degli inizi: ragazzi, questo disco merita davvero di essere consumato a furia di sentirlo e risentirlo, perché un rapido e superficiale ascolto non gli rende affatto giustizia. Provare per credere! (Samantha Pigozzo)

# MASSIMA ALLERTA: per il mood malinconico che aleggia in tutto il lavoro
# COLPO DI SONNO: lavoro eccitante scevro di cali di tensione




PROGENY
"Insanity"
(Self)
voto: 65
# PER CHI ASCOLTA: Death/Thrash, Pantera, Death


È sempre difficile dare una valutazione completa di un lavoro costituito da 3 pezzi e i 14 minuti di questo MCD non sono a mio avviso sufficienti a capire le potenzialità di questi Progeny, band comunque in giro da un bel po’ di anni (2004). Si inizia subito con la rutilante “Devourer of Worlds”, dove a dominare sono delle chitarre belle toste, sostenute da un ottimo lavoro dietro alle pelli di Luca, da un basso che disegna linee ipnotiche e un vocalist dotato di una discreta personalità, capace di graffiare con la sua impostazione vocale, mostrando di essere un buon cantante. Le coordinate stilistiche su cui si muovono i nostri, se non l’aveste già capito, sono molto vicine ai grandissimi Pantera, anche se una certa matrice di fondo techno death, tenda a spostare la proposta musicale dei nostri, verso lidi più estremi e death oriented, andando a scomodare, come paragone qualcosa dei Death o dei Morbid Angel, il che è più udibile nella seconda articolata e complessa “Disciples of Sufferings”, song che comunque non si lascia mai andare alla brutalità fine a se stessa. È forse con la conclusiva “Black Sun of Inhumanity” che i nostri provano ad accelerare leggermente la propria proposta musicale, che comunque tende ad assestarsi su un mid tempo ragionato e mai fuori controllo, caratterizzato da una ricerca di un proprio stile in grado di prendere le distanze dai filoni tanto di moda in questo periodo. Peccato ancora una volta per la breve durata di questo demo cd, altrimenti il giudizio avrebbe potuto essere più elevato. Visto che “Insanity” è abbastanza datato, mi aspetto di sentire quanto prima qualcosa di nuovo e fresco, da questa potenziale interessante band. (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: per i giri di chitarra di richiamo a Chuck Schuldiner
# COLPO DI SONNO: se mi addormentavo in 14 minuti non gli avrei dato più di 40




DEFORMACHINE "Promo 2009" (Self) voto: 60 # PER CHI ASCOLTA: Death/Thrash, Fear Factory Machine Head

Un’altra band emerge dall’underground italico dopo una militanza di ben 10 anni. È infatti ascrivibile al 2000 la data di nascita di questi deathster di Alessandria, che ci divertono qui con un promo cd di 4 pezzi di inossidabile death thrash metal. Ancora una volta però c’è da dire che, per quanto onesta possa essere la proposta del combo piemontese, che nel corso di questa decade ha condiviso il palco con Necrodeath, Sadist, Node e Dark Lunacy (tanto per citarne alcuni), poco per non dire quasi nulla, c’è di originale in quarto d’ora di musica. Musica che propone un bel thrash death tirato, con le classiche chitarre violente e corrosive lanciate a tutta velocità contro l’ignaro ascoltatore. A differenza del precedente lavoro, “Over G”, dove magari era più la violenza a farla da padrone, in questo caso, il suono si è più modernizzato, complice l’influsso di band quali Fear Factory o Machine Head, ma il risultato che salta fuori è qualcosa che puzza già di stantio perché sentito e risentito. Per carità, di sicuro c’è da divertirsi per una serata in compagnia, all’insegna del pogo violento e dell’alto tasso adrenalinico, ma poi niente più. La longevità di questo promo cd non può superare la settimana di vita, perché nulla è in grado di stamparsi nelle nostre menti, perché non c’è uno spunto vincente, un qualcosa di inedito o una qualsiasi cosa che possa catturare la nostra attenzione. La sufficienza è dovuta solo alla buona tecnica (all’ottima performance del vocalist) e alla voglia di spaccare da parte del quintetto, per il resto meglio passare oltre perché dopo dieci anni era lecito aspettarsi qual cosina in più. Forse un barlume di speranza può essere rappresentata da “To Present God”, la song più diversa delle 4 proposte, per quel suo maggior eclettismo sonoro, ma coraggio ragazzi, fuori le palle e iniziamo a sperimentare, altrimenti assisteremo alla morte del metal! (Francesco Scarci) # MASSIMA ALLERTA: per il timido tentativo in “To Present God” di cambiare un po’ registro # COLPO DI SONNO: almeno questo ce lo risparmiano, grazie alla loro grondante carica di energia



AXEN
"Scream of Desperation"
(Self)
voto: 55
# PER CHI ASCOLTA: Thrash, Testament, Exodus, Over Kill


Una terrificante intro apre questo MCD di 5 pezzi degli inesperti Axen. Formatisi infatti nel 2009, mostrano in questo lavoro tutta la loro inesperienza, sebbene provengano da altre precedenti esperienze. A partire dalla pessima produzione, che penalizza enormemente il suono della batteria (ricordate “St. Anger” dei Metallica?), il combo siciliano prova a miscelare il thrash anni ’80 con i suoi acuminati riffs di chitarra e le pesanti ritmiche (qui assenti) con il death metal. Il risultato però è ancora distante da poter essere definito sufficiente: mi è sembrato di fare un bel salto nel passato di vent’anni quando le band che seguivo, Alligator o IN.SI.DIA, cercavano di fare il verso ai godz americani, Metallica, Testament o Over Kill, ma l’esito era sempre lontano anni luce dalla proposta d’oltreoaceano. L’interpretazione del thrash metal da parte delle band italiane non ha mai riscosso grandi consensi dal sottoscritto, e questi Axen purtroppo non sono immuni dalla mia falce assassina. A parte la title track, cè’ ben poco da salvare in questi brani, se non qualche bell’assolo qua e là che risolleva per un attimo l’umore di una canzone. La performance del vocalist è poi tutta da dimenticare, per la sua indecisione o voluta scelta, di non usare una voce growl, ma neppure una pulita, bensì optando per uno sporco mix che alla fine finisce col mostrare solo la precarietà qualitativa dell’ensemble italico. Rimandati fino a nuovo ordine: chissà se l’album che stanno scrivendo stia smussando i lati negativi della loro proposta, me lo auguro proprio... (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: per gli spietati solos di “Frozen in Pain” e “The Morbid Law”
# COLPO DI SONNO: la batteria stile “pentola” è qualcosa che proprio non tollero




AHERUSIA
"And the Tides Shall Reveal the Traces"
(Emotion Art Music)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Black Folk Symph., Septic Flesh, Rotting Christ


Sono sempre stato un grande estimatore del metal estremo ellenico: ho sempre trovato geniali le band provenienti dalla Grecia per quell’alone di misticismo che da sempre le avvolgono, fin dai tempi degli esordi di Septic Flesh e Rotting Christ o per i meno famosi Zemial, Thou Art Lord e Necromantia. Non so come spiegarvelo, ma il cosiddetto “hellenic metal” ha un che di misterioso ed estremamente affascinante e questi Aherusia non sono certo da meno, già a partire dal loro nome che si rifà al mitologico lago dell’Ade. Per quanto riguarda poi il loro sound beh, preparatevi a partire per un leggendario viaggio nei Campi Elisi, fatto di oscure melodie, antichi rituali ed etniche litanie che traggono forte ispirazione dalla loro splendente cultura. Nelle 7 tracce qui incluse, si capisce che i nostri non sono certo degli sprovveduti a fronte di 13 lunghi anni di militanza nel sottobosco greco e il risultato sarà di certo entusiasmante per chi ha amato gli ultimi lavori dei connazionali e già citati Rotting Christ. Eh si, perché questo "And the Tides Shall Reveal the Traces" suona come un album di black metal atmosferico, pesantemente influenzato da elementi della tradizione folk ellenica grazie anche all’inserto di strumenti tipici della tradizione come la lira e altri a me sconosciuti, che hanno la delicatezza di un violino e che donano sicuramente qualcosa di magico ed epico all’intera composizione. Il tema di fondo che si respira in questo secondo lavoro dei nostri, è una sorta di estremizzazione della musica folk greca che trova la sua estremizzazione black solo nelle vocals, talvolta corrosive e in pochissimo altro (se non qualche riffs come nella conclusiva “To Our Ancestors”) perché per il resto, songs come “Lux Occulta”, “Archangels” o la opening track, mostrano l’abile capacità dell’act, di creare suggestive e maestose orchestrazioni, sorrette da un sound mai troppo veloce o pesante, in cui la tradizione si fonde col moderno, il folk con il metal e il sacro con il pagano, in quasi un’ora di emozioni in grado di tuffarci indietro nel tempo di quasi tremila anni. Forti di una produzione potente e cristallina ad opera del duo Sakis (Rotting Christ) e Christos (Septic Flesh), che esalta le potenzialità di questo album fuori dal tempo, l’esortazione d’obbligo che vi vado a fare è di andarli a cercare assolutamente sul loro sito e di acquistare una copia di questo cd uscito tra l’altro in formato digipack. Vibranti! (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: per il folklore tipico mediterraneo
# COLPO DI SONNO: forse alla lunga i mid tempos risultano un po’ noiosi




PRESSURE POINTS
"Remorses to Remember"
(Firebox)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Death Progressive, Opeth, Novembre, Dawn of Solace


Incredibile trovarsi tra le mani l’album che non ti aspetti, la band sconosciuta che ti sfoggia un eccellente lavoro pur pescando a piene mani le proprie idee dalla sconfinata discografia degli Opeth, ma chi se ne frega. Era già capitato in passato di trovarmi a recensire band che si rifacevano palesemente ai mostri sacri svedesi, ma ho più volte ribadito che se una band è in grado di regalarmi profonde emozioni, seppur la musica sia influenzata da altre band, non rappresenta un grosso problema. E questi Pressure Points corrispondono all’esatto identikit descritto sopra: band sconosciuta, ispirata alla band di Mikael Åkerfeldt e soci, con un grande album di esordio rilasciato dalla sempre attenta Firebox Music. La storia dei nostri è relativamente recente: formatisi nel 2004, dopo le classiche jam-session per puro divertimento e gli assestamenti di rito nella line-up, ecco finalmente arrivare al grande pubblico i progsters finlandesi Pressure Points e mamma mia che botto! Cari amici devoti dei maestri Opeth, prendete come sempre carta penna e calamaio e segnatevi questa band davvero interessante, capace di deliziare i nostri palati sopraffini con 6 lunghissime tracce (con una media di 8 minuti) più un intermezzo strumentale. Sebbene la giovane età della band, il combo finnico si dimostra immediatamente maturo e con un sound quasi del tutto definito. Dicevamo si delle influenze provenienti dai ben più famosi colleghi svedesi, ma credo che con il prossimo lavoro, saremo già in grado di gridare al miracolo per la capacità direi innata di mischiare tranquillamente il death alla musica progressive con un pizzico di rock anni ’70, sublimi! Qui c’è musica emozionante, in grado di incatenarvi allo stereo per giorni spingendovi all’ascolto reiterato di questo sorprendente "Remorses to Remember". Ragazzi che classe: trame complesse, cambi di tempo, riffoni granitici, vocals che passano con estrema disinvoltura dal growling ad un suadente cantato pulito, aperture rock che dimenticano le origini death metal della band per lanciarci in sognanti pezzi (ascoltare “”Edge of Endurance” per credere). Il quintetto finlandese ci prende per mano e ci accompagna nel loro mondo, accarezzandoci il viso con note delicate, sussurrandoci nelle orecchie parole dolci, ma anche prendendoci a schiaffi con parti brutali (soprattutto nei primi 2 pezzi). La tecnica eccelsa, l’uso dell’Hammond, il gusto per le melodie e l’amore viscerale per gli Opeth, completano un’opera che ha nella sua seconda parte i momenti migliori, quelli decisamente più intimistici (la meravigliosa settantiana “The Past Within” con un assolo da panico sul finire e la lunga e malinconica “Out of Sync” sono due magnifici esempi) che sanciscono l’esplosione nella scena di un’altra mirabolante creatura, che a questo punto non vedo l’ora di riascoltare in studio e magari anche vedere dal vivo. Che bella sorpresa ci riserva come al solito la Finlandia, da sempre fucina di grandissime e talentuose band e questi Pressure Points ne sono l’ennesimo esempio. Fantastici! (Francesco Scarci)

# COSA FUNZIONA: musica scritta col cuore, profonda ed emozionale
# COSA SERVE: prendere le distanze del tutto dagli Opeth ed essere originali al 100%




EXHALE
"Blind"
(Dark Balance Records)
voto: 60
# PER CHI ASCOLTA: Death/Grind, Nasum, Napalm Death


Eccole qui, mi mancavano le schegge di fottutissimo grind a perforare le mie orecchie e ci pensano gli svedesi Exhale, col loro secondo lavoro, a trapanarmi il cervello con queste 15 trivellanti tracce di furioso grind in pieno stile Nasum. Che dire, non sono proprio un grande estimatore del genere anche se ho amato i primi Napalm Death ma qui siamo al cospetto di una formazione che fa della violenza suprema il proprio punto di forza, anche se poi si assiste a dei rallentamenti di chiaro stampo death metal (Entombed era “Clandestine” tanto per capirci). Questo per dirvi che non ci troviamo di fronte a una band di purissimo grind, come i bravi maestri inglesi erano in grado di fare, ma c’è un mix di brutalità, data dall’annichilente sezione ritmica del quintetto scandinavo che viaggia costantemente a livelli di velocità doppi a quelli della luce e qualche sporadico inserto death. Gli Exhale sono sicuramente una band dotata di buona tecnica (incredibile il batterista che si conferma mostruoso dietro le pelli), con il vocalist Peter Andersson che alterna lo screaming a del cavernoso growling. L’unico problema di “Blind” è la noia che affiora dopo pochi minuti, in quanto, come spesso accade per questo genere, la sensazione è quella di ascoltare la stessa canzone per una trentina di minuti. Peccato, se solo si fosse in grado di dosare sapientemente le forze, sono convinto che anche questo tipo di grind avrebbe un maggiore successo. Osare è il verbo che più prediligo ma anche l’invito che faccio anche a questi cattivi scandinavi! (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: il groove “melodico” di “Fools”
# COLPO DI SONNO: le ultime songs, mera stancante ripetizione delle prime




MY DARKEST SIDE
"Death Begins"
(Self)
voto: 65
# PER CHI ASCOLTA: Deathcore, The Black Dahlia Murder, Lamb of God


Il nome di questa band, My Darkest Side, mi ha immediatamente fatto riecheggiare nella mente quella degli statunitensi Darkest Hour, quindi quello che mi aspettavo di sentire era sicuramente qualcosa di simile al combo di Washington e cosi sono stato in parte accontentato. Il gruppo capitolino propone infatti un deathcore dalle forti influenze americane ed il risultato non è niente male anche se di originalità, come ben potete immaginare, non v’è alcuna traccia. 4 songs di “Roman Fuckin Metal”, come ribattezzato dai nostri sul cd, capaci di farci esplodere le casse dello stereo con il loro incedere prepotente e sfrontato. La rabbia del quintetto romano deflagra già dall’iniziale “My Sixth Sense”, song dal riffing nervoso e dal mood grooveggiante, oh yeah! Mi piacciono i nostri, spaccano che è un piacere, aiutati anche in sede di registrazione da una produzione veramente all’altezza che ne esalta le qualità, quasi ci trovassimo di fronte ad una band di veterani. Che sia l’inizio di una nuova era per il metalcore nostrano? Mah, nel frattempo spariamoci “Spawning Blood” e “Altar of Star’s Light” con le loro velocità frenetiche e schizoidi, ma che nel loro galoppare, sono in grado di regalarci sprazzi di melodia, furia incontrollata e una tecnica davvero invidiabile che fa dei nostri una grande promessa per il futuro del nostro paese. Se ci fossero state più tracce, magari il vosto sarebbe stato più alto, per ora i My Darkest Side si accontentino di questo e continuino a lavorare in questa direzione, il successo potrebbe essere davvero assicurato. Bravi, bella scoperta! (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: l’attacco di “My Sixth Sense”
# COLPO DI SONNO: fortunatamente non pervenuto.




FUNKOWL
“Bubo Bubo”
(Self)
voto: 70
# PER CHI ASCOLTA: fusion, post metal, funk, Red Hot Chili Peppers


Sapete che vi dico? Ascoltare questo cd mi fa venire voglia di ballare e di farmi una birra (non necessariamente in quest’ordine), e non mi dispiace. Divertente. Bravi questi rodigini “Funkowl” (inteso “Gufo Funk”, non come amena località a cui inviare persone non piacevoli), molto in gamba tecnicamente, danno alla luce un lavoro di 5 tracce niente male. Registrato bene, tutto suona come dovrebbe. Non lasciatevi fuorviare dall’urlo iniziale, non cercate del metal, o dell’hard rock, al massimo ascolterete qualche passaggio appena tirato, perché qui abbiamo un album di straripante funk. Il punto di forza lo trovate in queste sonorità, eseguite molto bene, con cambi di ritmo piacevoli e con una voce che ben si adatta al genere. La parte ritmica svetta sul resto, come è giusto che sia in questo caso, i giri di basso e la batteria acchiappano per il loro incedere frenetico. Le chitarre mi hanno colpito meno, sono poco in luce, ma qualche assolo qua là riesce particolarmente bene, per esempio nella prima traccia “Phalocracorax Carbo” (nome scientifico del cormorano, per i non biologi e non ornitologi). Non male “Mario’s Odissey”, in cui si riutilizza il tema del videogioco “Super Mario Bros” in maniera funzionale ad una canzone funk. Le altre songs seguono lo stesso schema, ma non si soffre di quella sensazione di noia che capita spesso con uno schema compositivo ripetuto. Le tracks hanno il pregio di non essere troppo lunghe: se una non piace, almeno è breve; se piace, la si riascolta. Più personalità sarebbe ben gradita, alcune volte mi pare di sentire troppo l’influsso di altre band (“Red Hot Chili Peppers” nei giri di basso, “The Cure” in certe parte cantate), ma non troppo. Sono curioso di sentire un loro lavoro, sempre di questo genere, di più ampio respiro, magari un po’ più lungo, chissà cosa ne salterebbe fuori… (Alberto Merlotti)

# MASSIMA ALLERTA: mi diverte molto la parte ritmica.
# COLPO DI SONNO: un po’ di monotonia compositiva.




FUELBLOODED
“Off the Face of the Earth”
(My Kingdom Music)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Melodic Death Metal, Testament, Soilwork, Darkane, Trivium


Cosa succede quando lo swedish death si miscela con il thrash metal americano? Ne esce un intruglio che, magari non offrendo nulla di particolarmente innovativo, riesce con il proprio mood ad entusiasmare non poco gli ascoltatori. Questo per dire che gli olandesi Fuelblooded sono promossi a pieni voti nel proporre questo death thrash melodico che pone le sue radici di brutalità, pesantezza delle ritmiche e melodia nel thrash “made in USA”, sound che ha reso grandi i Testament e celebri i Trivium, ma che comunque, nel crunchy refrain delle chitarre, nell’alternanza delle vocals (growling e cleaning) e nella complessità dei suoni, paga sicuramente dazio allo swedish sound dei monolitici Darkane, degli In Flames (per quelle aperture estremamente catchy) e degli Scar Symmetry (per i chorus), su tutti. Si insomma, come spesso accade nell’ultimo periodo, nulla di nuovo sotto il sole, però se quello che ne salta fuori è decisamente interessante perché non citarlo o addirittura premiarlo. Quindi perché non dire che il quintetto dei Paesi Bassi suona proprio bene, pur non inventando nulla di nuovo, ma solo esplorando territori già triti e ritriti, non posso che ammettere la bontà della proposta dei “tulipani”. Agevolati poi da una produzione cristallina, certamente all’altezza, opera di Jonas Kjellgren (The Absence, Carnal Forge), i nostri sfoderano la prova della vita a distanza di quattro anni dal precedente “Inflict the Inevitable”. Il disco parte forte con due robuste e dinamitarde songs, per poi assestarsi su binari molto più melodici con “When Passion Dies” e “Recipe for Demise”, dove sopra a una ritmica bella pesante, ma pur sempre melodica e controllata, si assesta una voce quasi in stile primi Metallica e con un assolo da spavento. È l’headbanging qui a prendere il sopravvento e a spingermi a dimenarmi come un pazzo nell’ascolto di questo lavoro. Si prosegue su questa strada e la proposta dell’ensemble mitteleuropeo continua a mantenersi su livelli medio alti, con le proprie radici comunque sempre ben affondate nel thrash metal, offrendoci altre gemme di musica estrema in “Pandemic Persecution” o nella lunga cavalcata “The Cult of Ego”, dove la lezione dei gods svedesi Darkane viene appresa alla grande dai nostri nuovi eroi. Il sudore gronda ancora dalla mia fronte, ma mi sento soddisfatto per questo sfogo dato dall’ascolto di “Off the Face of the Earth”, ennesimo buon lavoro targato ancora una volta My Kingdom Music. Bella scoperta, non c’è che dire! (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: per la complessità musicale della lunga “The Cult of Ego”, caleidoscopio di emozioni
# COLPO DI SONNO: difficile trovare un attimo di tregua in dischi come questi, fortunatamente




EMPYREAN
"Quietus"
(Prime Cuts Music)
voto: 70
# PER CHI ASCOLTA: Symphonic Black/Death, Cradle of Filth, Emperor, Opeth


Un preludio vampiresco ci introduce nell’oscuro e selvaggio mondo degli australiani Empyrean, validissima band di Brisbane capace di stupire gli ascoltatori per la freschezza della propria proposta musicale, pur viaggiando all’interno di territori già più volte esplorati da acts ben più famosi, quali Cradle of Filth o Emperor. Avrete già capito di che genere stiamo parlando quindi, un black sinfonico che paga sì tributo ai gods nord europei già citati, ma che ha anche modo di regalare qualche spunto interessante, affondando comunque le sue radici in un sound molto vicino al death progressive svedese (Opeth docet). Il sestetto australiano ci regala quindi dieci deliziose tracce, in cui ad emergere senza ombra di dubbio sin dal primo ascolto è l’eccelso lavoro dietro le tastiere di Daniel Tannett e l’uso di una voce che spazia in totale scioltezza dallo screaming più feroce alla Dani Filth, al growling più cavernoso, per fare inoltre qualche rara capatina in territori totalmente clean, tanto che il vocalist corre il rischio di sembrare quello di una delle tante band emo/metalcore che impazzano in questo momento. C’è ancora spazio per il miglioramento, ma già ascoltando la gotica “From Whence the Mourning Came” o la successiva esaltante “Halls of Sorrow”, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è una band dalle grandissime potenzialità, dalle grandi doti tecniche e dall’indubbio gusto per le melodie. Non ci saranno chissà quali idee innovative nelle note di questo “Quietus”, ma è un cd che si lascia sicuramente ascoltare e sono convinto che possa avere una lunga vitalità all’interno del vostro stereo. Nella quinta “Shackled Within” fa la sua comparsa anche una soave voce femminile che riesce a stemperare quella furia annichilente che per l’intera durata del cd fa da contraltare a quell’alone di oscuro intimismo che circonda i brani. Altra segnalazione d’obbligo è per “Raped and Dying”, song molto vicina all’attuale produzione degli Enslaved. Insomma che dire? A livello di songwriting ci siamo, magari la produzione non è ancora ai massimi livelli, ma tranquillamente migliorabile; se solo ricercassero un proprio stile ben definito capace di allontanarli dai cliché del genere, e se solo le linee vocali di James Hill si caratterizzassero meglio, sono convinto che sentiremo parlare molto a lungo di questi Empyrean. Avanti cosi! (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: per i progressivi giri di chitarra e gli ottimi arrangiamenti
# COLPO DI SONNO: se solo James facesse meno il verso a Dani Filth…




WRATH PROPHECY
"Becoming the Absolute"
(Hot Steel Records)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Death/Mathcore Dillinger Escape Plan, Death, Ephel Duath


Ahhhh!!! Ho perso la bussola già dopo l’ascolto dei primi 2 minuti di questo schizofrenico lavoro e già mi ritorna alla mente lo stesso effetto disturbante che ebbe nel mio cervello l’ultima release dei marchigiani Infernal Poetry; e qui non siamo dopo tutto cosi distanti da quella folle proposta. La giovane band di Feltre fa dell’imprevedibilità infatti il proprio credo: appresa alla grande la lezione impartita dalle grandi techno death bands di sempre (Atheist, Death e Cynic) e miscelata alla perfezione con la follia di Between the Buried and Me e Dillinger Escape Plan, con un pizzico della ferocia dei Cephalic Carnage, il quartetto della provincia di Belluno sciorina qualcosa che forse in Italia non era mai stato concepito e sperimentato prima d’ora. Eh si perché questo “Becoming the Absolute” può essere personalmente considerato come la risposta italica alle grandi band d’oltreoceano che fanno di furia (ascoltare le prime tre tracce), la follia (ascoltare “Brainless” per credere, dove fa la comparsa la voce schizoide di Paolo Fontolan ad interrompere il growling brutale di Matteo), il tecnicismo (udibile ovunque), la melodia (rara), la disarmonia e la bizzarria, il proprio punto di forza. I Wrath Prophecy osano osano e poi osano ancora con soluzioni musicali estreme che saranno in grado di annichilirvi fin dalle prime ardite note. Fortunatamente la title track ci dà il tempo di riassettarci e rimetterci in piedi come se un pugno sferrato da Mike Tyson ci avesse fratturato le ossa di mandibola e mascella e ci avesse messo a tappeto, ma non illudetevi perché la macchina da guerra imbastita da questi quattro ragazzi è pronta a ripartire e tornare a far male. La violenta “Into the Eyes”, ma soprattutto la mia preferita “Autabuse” tornano a colpire con tutta l’arroganza, la genialità e l’eccentricità che contraddistingue la proposta musicale di questo ensemble veneto. Sorprendente ancora l’inserto jazzy della strumentale “Napalm Jazz” o l’assolo di clarinetto in “Lucy’s Ballad” a cura di Gabriele Soppelsa, l’incedere spagnoleggiante di “87 Octane”. Insomma “Becoming the Absolute” è un arrembante carico di emozioni, che se fossero state adeguatamente supportate da una produzione all’altezza, da una migliore performance a livello vocale (forse unico neo della band) e da una promozione degna delle migliori band americane, forse saremo qui a parlare del nuovo fenomeno mondiale Wrath Prophecy. Per ora accontentiamoci di segnalare che una nuova band, mostruosa sotto ogni punto di vista (tecnico-compositivo), è nata in Italia e spero che sia in grado presto di farsi strada. Meritano senza dubbio la vostra attenzione, mi raccomando non perdeteli di vista, sarebbe un terribile peccato… (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: l’imprevedibilità di fondo che permea “Becoming the Absolute”
# COLPO DI SONNO: la title track che ci dà modo di rifiatare




MINDWORK
"Into the Swirl"
(Shindy Productions)
voto: 80
# PER CHI ASCOLTA: Techno Death, Death, Cynic, Pestilence


Cosa odono le mie orecchie, sogno o son desto, eh si perché quello che fuoriesce dalle casse del mio stereo sembrano suoni senza tempo che ebbero il loro inizio nei primi anni ’90 con le massime espressioni in “Focus” dei Cynic, “Testimony of the Ancients” dei Pestilence e “Individual Thought Patterns” dei Death. I cechi Mindwork debuttano sulla lunga distanza con un cd da urlo, “Into the Swirl”, lavoro che appunto, riprendendo i sacri dettami della scuola techno death di primi anni ’90, senza stravolgere alcunché, ripercorre esattamente le orme pionieristiche di quelle grandi band e soprattutto, lo riesce a fare con una classe disarmante. Ragazzi, carta e penna per favore, segnatevi questo nome, perché siamo di fronte ad una delle realtà più promettenti del panorama techno death mondiale. Partendo da una tecnica sopraffina, costellata da una grande dose di gusto per semplici ma allo stesso tempo complesse trame chitarristiche e piacevoli melodie, il quartetto mitteleuropeo riesce a sfornare qualcosa che si pensava irraggiungibile dopo la fine dei Death, o l’opaco ritorno di Cynic o Pestilence. I nostri, ripartendo dai suoni di “Focus” (non ahimè cosi bombastici però) rilasciano questo nove tracce, dove non si può non evidenziare la mostruosa tecnica dei singoli, le acrobatiche divagazioni jazz di “Essence of Existence” e “Freedom of Mentality” e i caratteristici ingredienti di questo complicatissimo genere. Cambi di tempo da panico, stacchetti atmosferici, inframmezzi acustici, ripartenze affilate come rasoi, tecnicissimi solos e riffs che pensavo le mie orecchie non avrebbero mai più potuto udire dopo la morte di Chuck Schuldiner. Grandissima band, che pur non inventando nulla di nuovo, ha nelle proprie corde la possibilità di diventare l’unica vera erede dei Death. Da seguire, da molto, molto vicino… (Francesco Scarci)

# COSA FUNZIONA: tecnica, melodia e profonde emozioni retrò
# COSA SERVE: una maggiore personalità nelle corde vocali del cantante




CAST A FIRE
"These Troubled Waters"
(Real Gana Records)
voto: 80
# PER CHI ASCOLTA: Modern Metal, Evereve, Paradise Lost


In alcuni dischi, le canzoni si somigliano tutte e dopo un po’ uno si chiede: “E allora?!”. In altri no, e quei dischi mi piacciono molto di più! Quest’ultimo è il caso dei portoghesi “Cast a Fire”, band ai più sconosciuta, ma estremamente valida. Inizialmente doveva essere un lavoro del solo Bruno Mira che mirava ad ampliare le sue capacità compositive, poi un bel giorno decise di coinvolgere un vero e proprio gruppo. Ecco allora il nostro terzetto: il già citato Bruno Mira (prima voce e chitarra), Alex Texeira (basso e seconda voce) e Emanuel Machado (batteria). Cosa cercate? Ritmi calmi ma potenti? Canzoni con una certa vena epica? Chitarre ben suonate ma non eccessive nei tecnicismi? Li avrete con questo delizioso e sorprendente “These Troubled Waters”! Mi sono chiesto come abbiano fatto ad unire songs relativamente diverse tra loro, in un unico platter, senza dare l’idea di essere sbattuti da una parte all’altra. La risposta è stata semplice: la band ha classe, classe da vendere. Ogni canzone ha una sua personalità e al loro interno si sentono poche sonorità ripetute e si nascondono profonde trame di passione. Davvero in gamba i nostri lusitani nel non cadere nella reiterazione. Prendiamo la title track per esempio, “These Troubled Waters”: rende molto bene l’idea di un viaggio per mare, con momenti ora calmi ora più veloci e con una vena epica in sottofondo. Ascoltiamo poi “Heroes Legacy”, una cavalcata tra chitarre che si inseguono tra loro e un cantato principalmente melodico con cori assai accattivanti. Più dura “Black Stage”, a farci sentire che la band portoghese è anche in grado di essere anche più veloce senza diventare mai eccessiva nella propria proposta. Non poteva mancare neppure il lentone, “True Love Never Dies”, particolarmente elegante, graziato dai quegli intriganti giri di pianoforte. E ancora, in una girandola di emozioni, vorrei far notare anche l’apertura, vagamente in stile Carlos Santana, della riflessiva “Still Mystery”. Piacevole anche la presenza di alcune campionature in “Whisper” cosi come la ben curata “Never Forget”. Commento ultra positivo infine anche per il packaging del CD e per la parte grafica, ben curate entrambe. Questi ragazzi di Lisbona mi hanno colpito e ora aspetto con ansia la loro nuova produzione! (Alberto Merlotti)

# MASSIMA ALLERTA: “These Troubled Waters”, la migliore.
# COLPO DI SONNO: “Ash, Dust and Memories”, non malaccio ma decisamente la song meno riuscita del lotto




DIVINE LUST
"The Bitterest Flavour"
(DeadSun Records)
voto: 70
# PER CHI ASCOLTA: Gothic/Doom Metal, Anathema, My Dying Bride


Quando si mettono assieme Portogallo e Gothic Metal nella stessa frase è impossibile non pensare ai Moonspell e alla magica voce di Fernando Ribeiro e per fare un parallelismo restando in terra lusitana direi che questi Divine Lust stanno ai Moonspell proprio come un buon bicchiere di Porto giovane sta a quello più invecchiato e pregiato: si intravedono tutte le potenzialità per raggiungere il massimo, serve solo ancora un po’ di maturazione. Sia chiaro comunque che il gruppo si guarda bene dal tentare di imitare i propri connazionali, lo stile infatti rimanda di più alle sonorità di gruppi come i My Dying Bride pur mantenendo quei toni più caldi che i paesi latini sanno offrire. Le 11 canzoni dell’album ci guidano quindi in un riuscitissimo e variegato mix di tracce che sapranno accontentare gli ascoltatori più esigenti visto che la band, sfruttando soprattutto la versatilità del vocalist Felipe Gonçalves, è stata in grado di inserire in modo armonico diversi componenti particolari come il violino di Tiago Flores, la voce di Paula Teixeira, la chitarra portoghese di Ricardo Marques e le voci del Coro Gregoriano di Lisbona, per offrire nell’insieme un lavoro assolutamente completo e variegato. A livello di tracce, una nota di merito va certamente a “Duskful of Bliss, Morningful of Misery” che nei suoi quasi 13 minuti non annoia mai, in un continuo crescendo e alternarsi di sonorità diverse: l’apertura malinconica dei tastieristi António (Tó) Capote e João Costa, ci introduce ad un crescendo che sembra incontenibile e che si abbandona un po’ inaspettatamente ad un intermezzo di chitarra acustica e piano che fa da preludio alla furia finale delle chitarre elettriche. Questa canzone, assieme a “The Son that Never Was” sono il miglior esempio della capacità del gruppo di sperimentare e creare qualcosa di innovativo nel genere. In definitiva quindi ci troviamo tra le mani un buon platter per gli amanti del genere ma non solo. Per finire un ultimo commento sul digipack, veramente curato e professionale che non sfigurerà certamente nella vostra collezione. Bravi! (Alberto De Marchi)

# MASSIMA ALLERTA: le canzoni “Duskful of Bliss, Morningful of Misery” e “The Son that Never Was”
# COLPO DI SONNO: le due tracce che chiudono l’album “Selling My Soul” e “The White Flash” sembrano più che altro uno stratagemma per superare l’ora complessiva di riproduzione




LAETA MORS
"Deafening Silence"
(Cimitero Records)
voto: 55
# PER CHI ASCOLTA: Thrash/Death, primi Kreator, Sarcofago


Un look anni ’80, un sound veramente old school e un artwork tipico del brutal death degli anni ’90, contraddistinguono un po’ questo lavoro dal sapore cosi retrò, dei nostrani Laeta Mors. Non so quanto di positivo trovare in tutto questo in quanto a mio avviso, il quartetto italico (anche se nella foto interna del booklet sono in tre) incappa in una proposta quanto mai scontata e di scarso valore, se non per gli amanti di un genere, un thrash death d’annata, che potrebbero consolarsi in questo momento con uscite di ben altra caratura. Mi spiace sempre stroncare gli album, soprattutto quando provengono dal nostro paese, ma cosa volete che vi dica, in giro ci sono cosi tante proposte musicali ben più brillanti di questa che non riescono a trovare uno straccio di contratto, che mi sembrerebbe un bestiale insulto accogliere positivamente questa release. “Deafening Silence” è un concentrato dinamitardo di death thrash grezzissimo, con ritmiche sostenute, batteria stile contraerea (complice l’utilizzo della drum machine), harsh vocals e poco di più, per non parlare poi di una produzione a dir poco superiore alla sufficienza. Fortunatamente non tutto è da buttare di questo cd, ma qualche bel (seppur brevissimo assolo) fa la sua comparsa nella mezz’ora noiosa di questo inutile lavoro (“Fatal Thoughts of Suicide”, “My Life is Your Defeat” e la title track, tanto per citare qualche esempio). Pur ricevendolo ora, questo cd è datato 2007, quindi auspico che i nostri abbiamo potuto migliorare il proprio sound in questi tre anni. Per il momento mi spiace, ma si parla di rimandatura a settembre (giusto per rimanere in tema col passato). (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: poco nulla mi fa sussultare dalla sedia
# COLPO DI SONNO: fortunatamente dura solo una mezz’ora altrimenti avrei spento molto prima.




KENOS
"X-Torsion"
(My Kingdom Music)
voto: 75
# PER CHI ASCOLTA: Techno Death, Fear Factory, Entombed


Devo essere sincero, i Kenos non sono mai rientrati tra i miei ascolti preferiti, pur avendoli seguiti fin dai loro esordi a livello di demo, con il famoso “Rigor Mortis”. A distanza di tre anni dal precedente “The Craving”, mi avvicino ancora una volta con titubanza alla loro proposta musicale per recensirli, ma dopo aver infilato il loro cd nel lettore, mi trovo nella situazione di dover verificare se effettivamente quelli che sto ascoltando siano realmente i Kenos. Già dall’iniziale “Room Sexteen” infatti, il quintetto mi stupisce per la modernità dei suoni, la freschezza della proposta, l’utilizzo di female vocals e di ritornelli accattivanti, ma che diavolo è successo? Per carità sono felicissimo, mi ritrovo addirittura a fischiettare le magnifiche melodie della opening track. L’inizio di “2012 Omega Assimilation” mi richiama per le sue vocals i Cradle of Filth, ma poi l’impianto musicale è più propriamente thrasheggiante, (anche se dentro di me vorrei dire rockeggiante) nel suo incedere iniziale, per poi esplodere in un susseguirsi di emozioni, con le vocals di Alessio Giudice che si alternano tra il lugubre (Dani Filth docet), il clean, il growl e l’evocativo, mentre le ritmiche si rincorrono impazzite in un intricata mistura di rock schizofrenico, supportato da arrangiamenti orchestrali, direi magistrali. Non so cosa sia successo alla band ma il risultato è a dir poco sorprendente. La terza “Encounter” fa un po’ il verso ai godz svedesi Meshuggah, pur mostrando qualche segno di cibernetica provenienza. Una piccola pausa con “I Remenber” ed ecco i nostri tornare a segnare il passo con la title track e incendiare l’aria. “X-Torsion” è un altro esempio di come i nostri siano stati in grado di evolvere il proprio sound nel corso di questi anni e della loro innata capacità di saper miscelare la furia del death con i tecnicismi del prog e decine di altre contaminazioni derivanti dalla musica elettronica, come pure dal classic metal (“in “Bitchswitch” i nostri giocano a fare un po’ gli Iron Maiden di turno, song che rientra tra le mie favorite) o al cyber stile Fear Factory. Finalmente, la band ha fatto il colpo gobbo e questa volta il loro cd non è da lasciarselo scappare in alcun modo. Ritmiche assassine alternate a riff raffinati, momenti atmosferici, giravolte progressive, sfuriate black, ballad acustiche, rock’n roll, schegge elettroniche e tanto sano groove, convivono tutti insieme in questo interessantissimo lavoro, che finalmente consacra una band dalle grandi potenzialità, mai completamente esplose a mio avviso, ma che con questo “X-Torsion” centra finalmente l’obiettivo. Bravi, graditissimo come back! (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: per l’intero lavoro che ci consegna una band in forma smagliante, di cui è difficile identificare anche qualche band a cui paragonarli
# COLPO DI SONNO: “I Remember” mi concede giusto un attimo per rifiatare




LAMENTS OF SILENCE
"Restart Your Mind”
(My Kingdom Music)
voto: 60
# PER CHI ASCOLTA: Swedish Death, Dark Tranquillity, Scar Symmetry


La My Kingdom Music ci ha preso gusto in questo periodo ed ecco buttar fuori cd a ripetizione, anche se talvolta di scarso valore: dopo la brillante prova dei nostrani Kenos e quella un po’ più tradizionalista degli olandesi Fuelblooded, oggi è il turno degli spagnoli Laments of Silence farsi conoscere al pubblico italico. Mi sento subito di chiarire come i nostri, descritti nel flyer informativo come “avantgardish death metal”, abbiano in realtà molto poco di avantgarde ma molto di death metal. Il sestetto iberico propone infatti un death metal melodico di chiaro stampo scandinavo, Dark Tranquillity (per alcune linee di chitarra e l’utilizzo delle keys) e Scar Symmetry su tutti; anzi proprio al chitarrista di quest’ultimi, Jonas K’jellgren, si deve la post-produzione di “Restart Your Mind” presso i BlackLounge Studios di Avesta (Katatonia, Sonic Syndicate). Probabilmente proprio agli Scar Symmetry i Laments of Silence pagano il maggior tributo in termini musicali. L’ensemble catalano propone un sound piacevole, fatto di chitarre mai troppo potenti (assai melodiche), vocals che alternano un growling mai troppo forzato o violento, con un cantato clean che vagamente mi riporta alla mente i finlandesi Throes of Dawn. Insomma, poco o nulla di nuovo sotto al sole, tuttavia in un periodo di magra come questo, l’ascolto di questo cd, potrebbe anche farci passare piacevolmente un po’ del nostro tempo. Di sicuro la longevità di questa release non sarà delle maggiori, tuttavia se, come al solito si osasse un pelo di più, magari aggiungendo anche qualche assolo, il risultato non rischierebbe di passare totalmente inosservato ai più. Coraggio, coraggio, ci vuole solo questo per catturare l’attenzione degli ascoltatori più attenti. Un chorus ruffiano o una tastiera non bastano più per farci sobbalzare dalla sedia. Sono certo che al prossimo tentativo, i nostri potrebbero anche fare il colpaccio, per ora uno dei tanti cd di questa strana primavera… (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: song dirette che scorrono via veloci
# COLPO DI SONNO: dopo un po’ prevale la noia del già sentito e l’istinto è di spegnere




PRETERNATURAL
“Statical”
(Aghast Recording)
voto: 80
# PER CHI ASCOLTA: Melodic death metal


“Non esiste Paradiso. Non esiste Inferno. Esistono solo questo mondo e il suo oscuro riflesso... e noi non sappiamo, in quale di questi, siamo”. Con questa frase (liberamente tradotta dal sottoscritto) si apre “Statical”. Un incipit su cui il mio parroco avrebbe qualcosa da ridire, per nulla rassicurante, ma illuminante su quello che si ascolterà. Non amo menare il turibolo, però questi lituani Preternatural sono notevoli e un po’ mi fa rabbia pensare a quanti gruppi metal interessanti vengano dai paesi dell’est, e a quanti pochi dall’Italia. Partiamo, formazione della band di Riga (con la “R”, mi raccomando): Serg (voce e chitarre), Volod (chitarre), Den (basso), Gin (batteria) e Euge (tastiere e campionatore). Questo album mi ha colpito subito: ben prodotto, sound cristallino, si sente tutto egregiamente bene. La voce del cantante è adatta al genere, mai particolarmente monotona grazie a momenti più melodici, ma una certa ridondanza non si evita. Le chitarre sono ben suonate, spesso tirate ma non eccessive in assoli stucchevoli o troppo tecnici. La batteria non è da meno, con ritmi velocissimi che si alternano a cambi di tempo più lenti con una naturalezza invidiabile. Il suono del basso un po’ si perde, nascosto dagli altri strumenti, ma il livello anche qui è alto. Le tracce sono undici e di primo acchito ho pensato fossero troppe; mi ero preparato ad certo livello di stanchezza e di mancanza di idee verso la fine disco. Invece, sebbene qualche spunto in più sarebbe stato il benvenuto, le canzoni scivolano via che è un piacere. Sono potenti, tirate e trovo piacevoli alcune parti in cui si sfiorano addirittura le sonorità black. Mi piacciono inoltre il contributo delle tastiere e l’uso del campionatore in quegli stacchi dalla velocità, che permea le songs. Questi inserti non snaturano il lavoro e sono in grado di sottolineare alcuni momenti più melodici, aperture più lente e inizi di canzoni. Apre l’album ”Timewarp” molto tirata, ma forse debole rispetto ad altre più convincenti. Ascoltate “Lunar Cry”, in cui i suoni sintetici all’inizio si amalgamano poi con altri più metal e melodici senza quasi accorgersene. Nella seguente “Mirror Beast” si trovano esempi di come le tastiere esaltino una parte più lenta, senza che la forza del pezzo si perda; molto evocativa anche “Statical”. Mi colpisce “Needles Around Your Heart”, per l’abilità dei nostri ad unire diverse ritmiche senza mai stancare. Chiude l’album una ben fatta cover di “Enjoy the Silence” dei Depeche Mode. Una buona parola per il booklet con i testi completi, per il design grafico e in particolare per le foto dei componenti. Un album piacevole. Bene bravi bis! (Alberto Merlotti)

# MASSIMA ALLERTA: le cibernetiche “Lunar Cry” e “Needles Around Your Heart”
# COLPO DI SONNO: “Reflection”, potente ma scontata.




KAUAN
“Aava Tuulen Maa”
(Firebox/Bad Mood Man Music)
Voto: 80
# Per chi ascolta: Folk, post metal


“Contro il logorio della vita moderna!” Questa era la frase di un’indimenticata pubblicità di un amaro, a base di carciofo, ai tempi di “Carosello”. È anche quello che ho pensato dopo il primo ascolto. I Kauan (parola finlandese che dovrebbe significare “per molto tempo”) abbandonano il loro stile precedente e danno alla luce un disco completamente folk. Se questi due russi vogliono cambiare genere ogni volta, e in questa maniera, facciano pure. Anton Belov (chitarre, voce, tastiere) e Lubov Mushinkova (violino) forgiano un’atmosfera autunnale/surreale che si mantiene inalterata per tutto il cd. Quest’atmosfera, quest’anima calma, sognante, calda, con un che di bucolico e con una venatura malinconica, è il punto di forza di questo lavoro. Le emozioni che ne nascono infatti sono le vere protagoniste. Non aspettatevi di cadere nelle braccia di Morfeo per il ritmo lento che caratterizza l’intera release: il duo è in gamba e riesce a tenere svegli, basta provare a seguirli. Sia ben chiaro che non troverete nulla di rock (tanto meno di estremo), anche se, a voler guardare bene, l’unico lascito dalla “vita” precedente, si ritrova nella voce roca in alcuni punti. I suoni elettronici sono molto ben amalgamati alle chitarre, al violino e alle brevi parti cantate. Non aspettatevi grandi differenze di suoni o di composizione tra le tracce (forse “Föhn” è l’unica che si stacca per le parti in crescendo) tutte molto lunghe; non troverete neppure riffs aggressivi, tecnicismi o assoli. Ma va bene così. Sarebbero un peso per le canzoni, che già sono al limite dell’ipertrofia. Fronzoli che costringerebbero i pensieri e ruberebbero la scena alle emozioni. Da apprezzare anche il booklet e il package. Un disco non per tutti, ma state al loro gioco e vedrete che ne varrà la pena. Perdersi un po’ in un angolo sognante, nella frenesia quotidiana e farlo con classe, è una cosa che fa bene allo spirito. (Alberto Merlotti)

# MASSIMA ALLERTA: l’atmosfera complessiva del disco
# COLPO DI SONNO: la durata dei pezzi, anche se non è del tutto un difetto




AMPHITRYON
"Drama"
(Manitou Music)
Voto: 75
# Per chi ascolta: Doom/Melodic Death Metal, Therion


Chiudo gli occhi e con Archéia eccomi calato nella massonica atmosfera di questo Drama, vero e proprio cammino iniziatico in quindici gradi proposto dagli Amphitryon. Entro solo nel mio gabinetto di riflessione e perseguo, privo di ogni affidamento dogmatico, la mia rinascita. Avverto, nell’aria, l’odore dello zolfo, del sale. Melodie oscure e misteriche che riescono a solleticare, incuriosire e perché no, sorprendere l’ascoltatore. Avremo ben sei guide o, per tenerci al passo coi tempi, sei avatar ad accompagnarci in questo nostro onirico viaggio sonoro: gli Amphitryon, appunto, band francese di Boulogne-sur-Mer attiva dal non troppo lontano ’96. Anfitrione è il nome del mitologico personaggio greco col quale i nostri amici hanno deciso di battezzarsi. La leggenda lo vuole figlio di Alceo, re di Trezene e nipote di Perseo, eroe che sfidò Medusa. Ma di che sostanza stiamo parlando? Di cosa sono fatte queste canzoni? Dal punto di vista canoro assistiamo ad un Galileiano dialogo dei massimi sistemi: voce growl maschile da una parte a contrapporsi con due voci femminili, pulite, a volte sussurrate, dall’altra. Personalmente interpreto queste ultime come un tentativo di riportare in vita l’ormai dimenticato mito delle vestali, vergini che sanno ben gestire quel fuoco sacro sprigionato da canzoni come “Pantheon”, ad esempio, dal retrogusto “Carmino Buranico”: concedetemi questa licenza poetica. La traccia successiva, “Paths of Dementia” è a mio parere il pezzo forte del disco, mette in luce le perfette armonie tra chitarre dal riff distorto tanto amato dai metaller e controtempi di batteria. Il disco si chiude con Samsara, pezzo dalle curiose sperimentazioni canore che prevedono anche una seppur breve incursione in stile “tibetano”. Ascoltare per credere. “Drama” comprende, oltre al CD, anche un DVD che ripropone le stesse tracce presenti sul CD. Da notare, però, che in questo caso la durata del video è di circa cinque minuti più lunga rispetto la versione audio. Questi minuti aggiuntivi sono stati utilizzati per prolungare (a mio parere appesantendoli) l’intro e l’outro del concerto. Sul DVD sono inoltre presenti interessanti contenuti tra cui le biografie di tutti i componenti del gruppo. L’impressione finale che questo disco mi ha lasciato è quindi quella di un lavoro ben congegnato, sicuramente originale, che merita di essere ascoltato. (Rudi Remelli)

# MASSIMA ALLERTA: In “Path of Dementia” gli Amphitryon regalano, dal punto di vista strumentale, il momento d’estasi di “Drama”
# COLPO DI SONNO: L’intro del DVD troppo lungo, noioso e pesante




MORPHEMA
“5th Rebirth”
(Self)
Voto: 65
# Per chi ascolta: Death Melodico, In Flames, Insomnium


Ma da dove salta fuori questa band? Finlandia? No. Svezia? Mi sembra di no. Forse Germania? No, non ci siamo: incredibile ma vero, i Morphema arrivano da Novara e dire che ascoltando la prima song avrei scommesso che fossero amici degli Insomnium o degli In Flames. Eh già, bella sorpresa poi trovare nelle note biografiche che il quartetto è della nostra benamata penisola italica. Ad ogni modo, a prescindere dalla provenienza, avrete senz’altro capito le coordinate stilistiche dei nostri: un bel death melodico che l’iniziale “To the Void”, cosi ricca di verve e groove, mi richiama alla mente qualcosa degli Edge of Sanity più melodici o addirittura il progetto solista Dan Swano. Linee di chitarra ultra lineari, melodia da fischiettare e 4 minuti che volano via alla velocità della luce. Segue l’altrettanto breve “Behold this Man” e già accanto alle influenze swedish, emerge forte una componente legata al sound degli immortali Iron Maiden, mentre la terza “Seventh Day” lascia spazio ad un thrash dall’incedere molto “Bay Area oriented” anche se la voce di Federico Bosco, mantiene comunque la sua timbrica growl. A chiudere questo EP di quattro pezzi ci pensa la lunga “Persis”, forse la song più atipica del lotto, che abbandonate le velleità heavy/thrash delle tracce iniziali, si abbandona in ritmiche più death oriented, e forse un po’ più banalotte, pur sottolineando comunque la bontà tecnica dell’ensemble piemontese. Il consiglio che posso dare è di proseguire la strada intrapresa con “To the Void”, perché sono quasi convinto che qualcosa di originale potrebbe presto saltare fuori. Sono curioso di vedere se il cambio di line-up consentirà ai nostri di maturare quel tanto per rilasciare finalmente un vero e proprio full lenght. Li aspetto… (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: la chitarra dell’iniziale “To The Void” si pianta nel cervello e non ne esce più.
# COLPO DI SONNO: La conclusiva “Persis” non regala alcuna emozione, ma solo noia




SIN OF LOT
“My First Word”
(Self)
Voto: 65
# Per chi ascolta: Techno Death, Death


Facciamo subito una premessa: se state cercando qualcosa di originale, lasciate perdere immediatamente, qui probabilmente non troverete niente che possa soddisfare le vostre esigenti orecchie, chissà in un futuro non debba ricredermi... Però se anche voi avete voglia di distrarvi per un po’ con delle ritmiche belle cazzute e incazzate, caricarvi di adrenalina a manetta, beh magari un ascolto a questi ragazzi forse sarà proprio il caso di darlo. Nati per gioco ad un concerto dei Black Dahlia Murder (cosi come riportato in biografia), il quartetto genovese, ci investe con la propria aggressività già dall’iniziale “Everything is Word”, song ben strutturata, melodica ma non esageratamente, con le vocals di Cisco che non sono niente male; tuttavia nulla di nuovo all’orizzonte, però direi che la song si lascia ascoltare e si rivela ottima per scatenare un pogo assassino. È con la successiva “Evolution” che ho una sensazione di deja vu, perché gli articolati e ultra tecnici giri di chitarra ultracompressa (grande Riky, ex ascia dei Nerve), e le linee di basso nel pezzo centrale della song, muovono dentro di me emozioni provate in passato solo con sua santità Chuck Schuldiner e soci. Che mazzata ragazzi e che tecnica, peccato solo che manchi la genialità dei Death, altrimenti sicuramente il voto sarebbe stato un altro. Anche la terza traccia, “Cage” stupisce, soprattutto per il lavoro dietro alle pelli di Fabio (anche lui di casa nei Nerve), mostruoso nella sua preparazione e nel suo modo di suonare assai fantasioso e strabordante, una vera e propria macchina da guerra. “Through Thousand People”, ultimo pezzo di questo breve EP, ci stordisce ancora una volta per la tecnica palesata dai 4 ragazzi liguri e per il loro amore viscerale nei confronti del sound dei Death, per quella ricerca costante nel cambio di tempo o nella commistione di melodia e brutalità. Spiace solo che la durata sia cosi esigua, perché sono sicuro che ne avremo sentito delle belle. Da attendere al varco… (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: i virtuosismi di Ricky alla chitarra impreziosiscono un lavoro altrimenti banale e scontato
# COLPO DI SONNO: pochi 13 minuti per cedere alla tentazione del sonnellino




NERVE
“Hate Parade”
(Nadir Music)
Voto: 80
# Per chi ascolta: Modern Techno Death, Lamb of God, Machine Head, Darkane


Si, si e ancora si, promossi a pieni voti! L’ho deciso non appena ho inserito il cd nel mio lettore e le devastanti ritmiche hanno invaso, attraverso le cuffie, il mio cervello penetrandomi e trapanandomi, con la propria furia demolente, la mia povera mente. Eccoli tornati i Nerve, con il loro secondo strabordante “Hate Parade”, la loro personale sfilata dell’odio, che si manifesta attraverso queste violentissime tracce, prodotte egregiamente ai Nadir Music Studios dal grande Tommy Talamanca (mostro sacro e creatura mitologica dei Sadist). Forse anche grazie alla genialità del buon Tommy, quello che ho fra le mani, risulta essere uno dei lavori più interessanti usciti negli ultimi tempi dal nostro paese, ma non solo: ne è una testimonianza “Mescaline” per quel suo break centrale in mezzo a tanta rabbia, tale da scomodare mostri sacri come Atheist o Cynic. La terza incendiaria “Shelter” pone in evidenza l’evoluzione sonora del combo genovese, che prese le distanze dal death groove un po’ superficiale degli esordi, si mostra mostruoso e virtuoso nel sapere miscelare passaggi veramente estremi ed enfatizzati da una super pomposa produzione, con passaggi più ragionati e di classe sopraffina. Urla disumane, vocals schizofreniche (Infernal Poetry docet), chitarre iper distorte e ribassate, cavalcate che annichiliscono il povero ascoltatore, cambi di tempo e rallentamenti da paura, assoli al vetriolo e una ritmica paralizzante, contraddistinguono “My Inferno” vera e propria perla, che rappresenta tutto ciò che dovrebbe avere una canzone estrema per definirsi tale. Incredibili, incredibili e ancora incredibili: non ho parole per descrivere l’assalto delle prime quattro strabilianti songs di questa inattesa release. Si prende un po’ di respiro con la non tiratissima “Black Fades” (si fa per dire) ma con “Fake Deaf” si riprende ancora una volta a far del male, palesando sempre una intelligenza musicale fuori dal comune che trova conferma anche nell’esplosiva title track. Tecnica ineccepibile, idee brillanti (altro break centrale da brividi), vocals che si alternano tra un growling feroce e rare aperture melo-clean. Compatti, dinamici, intraprendenti, sprezzanti del pericolo, strafottenti e a ragione, perché in tavola ci sono le carte giuste per fare il colpaccio dell’anno e aver sfornato uno dei più bei lavori di death ultra incazzato, ma comunque pur sempre ricco di groove e intuizioni geniali. Che sia o no il disco dell’anno a poco importa ora come ora, quel che è certo è che la band ha raggiunto una piena maturità e una consapevolezza nei propri enormi mezzi, che mi spinge a definire i Nerve come una sorta di Darkane italiani, anche se a differenza dei colleghi svedesi, i ragazzi di Genova fanno molto più male e probabilmente sono più geniali, forse anche per qualche riferimento ai maestri Sadist (era “Tribe”) piazzato qua e là. Che altro dire, ce ne fossero di band capaci di sparare proiettili in questo modo, sfoderando cosi tanta personalità e svuotando le mie membra di litri di adrenalina. Selvaggi! (Francesco Scarci)

# MOMENTO D'ESTASI: la violenza inaudita che permea tutte le tracce
# PELO NELL'UOVO: la ballad l’avrei evitata senza ombra di dubbio, mi ha fatto ripensare molto agli anni ’80.




ET MORIERUM
“Lacrimae rerum”
(Self)
Voto: 70
# Per chi ascolta: Death/Doom, My Dying Bride, primi Anathema


“Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” (Virigilio - Eneide)

Gli “Et Moriemur” prendono una celeberrima citazione del grande poeta (mio conterraneo), e ne fanno il titolo del loro primo EP. Nella frase, si fa riferimento al momento dell’opera in cui Enea, osservando, in un tempio a Cartagine, un murales ritraente scene della guerra di Troia con la morte di suoi connazionali e amici, piange al loro ricordo. Una scelta a dir poco azzeccata per le atmosfere del disco. L’ensemble ceco si forma nel febbraio del 2008, e a oggi sono: Zdenek Nevelík (voce), Fedor Furnadžiev e David Viktorin (chitarre), Honza Stinka (basso), Albert Fiala (tastiere) e Michal “Datel“ Rak (batteria). Il prodotto di questa formazione è un cd di quattro intermezzi e cinque tracce: un buon lavoro, con una buona produzione, ben suonato e con spunti assai interessanti. Difficile, per noi italiani, non notare l’inserimento di una strofa di Ungaretti che richiama alla citazione di Virgilio nella prima “Shadows”. Ma anche altre citazioni poetiche sono presenti, come un pezzo in tedesco di Goethe in “Chimeras”e uno in inglese “At Memory’s Gate”. Musicalmente le canzoni sono pervase da un’atmosfera decadente e romantica, con la presenza di accordi barocchi, da accelerazioni di ritmo, con cambio di voce del singer, ora seguite ora alternate da parti più melodiche. Poche sbavature nella parte esecutiva strumentale: i nostri ci sanno davvero fare. Sono rimasto colpito dalla varietà di suoni e dagli strumenti utilizzati: viola, xylofono (“Memory’s Gate”), organo. Alla fine risultano tutti ben amalgamati e funzionali all’anima delle canzoni, che rimangono comunque pervase dalla classica potenza del genere. Sempre di metallo si parla. Ecco, una perplessità sulla scelta di usare una voce più growl da parte del cantante nei passaggi più veloci di alcune track (“Shadows”) o nei climax di altre (“Silence”). Mi pare che non sia sufficientemente potente e alla fine convincente. Ben diverso è il risultato quando le vocals sono usate in maniera più melodica (ad esempio in “Chimeras”, con l’accompagnamento dell’organo): davvero molto suadenti e calde. Piacevoli anche gli intermezzi strumentali, evocativi nel loro incedere e non inutili dimostrazioni di capacità. Magari il primo “Marcia Funebre” è un po’ debitore alla musica della doccia di “Psycho”, ma va bene lo stesso. Una parola per le liriche, curate e i brani poetici che ben si adattano all’intero lavoro. Spero che in un album dal più ampio respiro, siano in grado di trovare spunti sufficienti per non cadere nella ripetitività, come qualche volta capita in questo EP. Piacevole sorpresa, per me, questi ragazzi di Praga. Non banali, con una buona vena compositiva, tecnici e con buone idee. (Alberto Merlotti)

# MASSIMA ALLERTA: gira molto bene. Atmosfere, ritmo, tecnica: c’è tutto (o quasi)
# COLPO DI SONNO: la voce del cantante mi pare perda nei momenti growl cosi come pure la voglia di variare un po’ di più nelle canzoni per evitare momenti noiosi.




NATURE’S ELEMENTS
“Beyond the Dunes”
(Self)
Voto: 70
# Per chi ascolta: Melodic Pagan Black Metal, Cradle of Filth


C’era una volta il “Lemegeton Clavicula Salomonis”, antico grimorio anonimo del seicento, uno dei più famosi testi di demonologia. La bella notizia è che c’è ancora. Qualcosa però mi dice che se andrete in biblioteca a chiedere di leggerlo, il signor Koreander non vi sorriderà come se gli aveste chiesto “La Storia Infinita”. Vi guarderà invece di sbieco e dopo avervi consegnato il volume, riguardandovi da sopra gli occhiali, gli sentirete dire: “ricordati che sulla copertina non c’è un aurim che esaudisce i desideri e soprattutto non esiste una principessa bambina da salvare. Sarà la tua anima che bisognerà salvare dopo che leggerai da questo libro.” E… “Dolori cocenti intrisi nel sangue e morte spetteranno a coloro che si impossesseranno di questa mappa”… ah no, quest’ultima non centra niente, erano i Goonies. Tornando invece al signor Koreander, non appena vi sarete girati per immergervi nella lettura del vostro bel libro sbarluccicante, lui non esiterà nel gettarsi una manciata di sale alle spalle. Per chi fosse a digiuno in questa materia (E chi non lo è?) i grimori sono testi contenenti le descrizioni degli spiriti, la ritualistica necessaria per evocarli e costringerli ad eseguire gli ordini del mago. Vengono date istruzioni dettagliate circa i simboli, le procedure rituali da eseguire, le azioni necessarie per impedire che gli spiriti prendano il sopravvento, i preparativi che devono precedere l'evocazione ed il modo in cui costruire gli strumenti necessari per l'esecuzione di tali rituali. Ma qual è quel curioso collegamento che mi ha portato a disquisire del “Lemegeton” nel bel mezzo di questa recensione? Niente di più semplice: i nomi scelti dai membri dei Nature’s Elements. Abbiamo a disposizione un’orda di cinque demoni, proprio come (che sia un caso? Non credo) le punte del pentacolo. Vediamo quali sono: Ipos voce e tastiere, Sitri e Vual alle chitarre, Phenex alla batteria e Botis al basso. Questi nomi sono tutti appunto tratti dal “Lemegeton”, sul libro ognuno è rappresentato dal sigillo corrispondente. I cinque sigilli sono stampati in bella mostra sul CD stesso e mi è quindi sembrato doveroso parlarne. La storia dei Nature’s Elements, per niente antica, inizia nel 2001 dal progetto solista del frontman, Ipos, di origine uzbeka. Pur avendo sede in Israele, locus insolito per un quintetto di questo genere, gli altri “Elements” provengono dal blocco sovietico. Vuel e Botis sono infatti Ucraini, Phenex è bielorusso e Sitri russo. E’ giusto ricordare anche un triste cameo nella storia di questa band: la drammatica e prematura scomparsa, per suicidio, di IPOS passato a miglior vita nel 2005. I suoi compagni dedicarono a lui il loro live a Thorheim (5.01.05). Con questo loro lavoro, “Beyond the Dunes”, registrato nel giugno 2005, ma pubblicato nel 2008, i nostri “cherubini che hanno perso le ali” ci presentano “Beyond the Dunes”, EP del 2005 e “Uprising of the Elements” demo del 2003 rimasterizzato. Fin dalla prima traccia “Put V Samost” ci scontriamo con chitarre distorte dal riff violento, feroce, una batteria dominata da rullate velocissime e cascate di tom accompagnate da doppia cassa a go go. Quello che stupisce è la voce, che cambia in continuazione a dare una cacofonia di suoni a tratti pulita ma predominata sempre dal growl che la gioca da padrone. Profondo, sanguigno tanto che chiudendo gli occhi mi sovviene l’idea che a cantare sia un cadavere incazzato ed impazzito che con la potenza delle sue urla ha divelto le saldature a stagno della sua bara facendo schizzare schegge di mogano dappertutto. Se mi concentro, riesco ad avvertire persino l’odore di putrefazione. E non si può non citare “Alfheim”: cosa sta facendo Ipos? Rutta o vomita? Non lo so dire, forse rumita, ma diavolo se ci sa fare. L’intro strumentale di “Uprising of the Elements”, “First Spell of the Desert”, è tristissimo ed accompagna gatton gattoni con la sua malinconica foggia alla successiva “Stihii Gryaput”, otto minuti di perversa follia, belle le chitarre anche se qualche passaggio è di troppo e a mio parere si potrebbe sforbiciare. Bella anche l’idea della pioggia messa lì forse per dilavare il sangue che sino ad ora è scrosciato. Ascoltando “Werewolf”, invece, una domanda mi sorge spontanea: all’inizio, a parlare, è forse Regan protagonista de “L’esorcista”? Adesso che i nostri cinque demoni con le loro prelibatezze sonore mi hanno deliziato e così ben accarezzato a livello di incudine staffa e martelletto, finisco facendomi cullare dalle tanto suadenti quanto tristi note di “Rivers of Time, Forgotten” ottimo outro strumentale che ricorda l’intro. Si finisce quindi con sapori di tristezza, malinconia e a mio parere la peggiore di tutte le sensazioni: la solitudine. (Rudi Remelli)

# MASSIMA ALLERTA: per l’alone di mistero che avvolge il combo
# COLPO DI SONNO: meglio non addormentarsi, il demonio potrebbe impossessarsi di voi




LAPSUS
“Moments of Aberration”
(Uk Division Records)
Voto: 70
# Per chi ascolta: Death/Thrash, In Flames, Soilwork


Sembra il suono di un carrion quello ad aprire il cd dei Lapsus, ensemble italico già in giro da un lustro, che dopo un demo cd e una serie di fortunati concerti (culminati con il “Gods of Metal” del 2007), giunge finalmente al tanto agognato full lenght, dopo aver captato l’interesse di diverse webzine e case discografiche. La cover del cd e il look dei 5 ragazzi di Torino, non so per quale motivo, ma mi richiamano i Darkane; la musica che esce dalle mie casse non vai poi cosi tanto distante dalla proposta dei godz svedesi. Il sound del quintetto piemontese infatti è una sorta di thrash stile Bay Area, “sporcato“ dal classico rifferama swedish death e da alcune soluzioni ritmico e vocali tipiche della scena italiana. Una ritmica sincopata contraddistingue tutto il lavoro dei nostri che, per caratteristica del sound, mi ricorda il debut cd dei marchigiani Edenshade, non raggiungendo ahimè le loro inarrivabili vette di genialità. Tuttavia, la musica che salta fuori nelle 11 tracce qui proposte non è niente male, per quel suo suono moderno, a tratti violento e veloce, ma il più delle volte estremamente melodico e di classica impostazione (Iron Maiden docet). Insomma, non vi è ancora chiara l’idea di cosa suonino i Lapsus? A dire il vero è abbastanza disorientante anche per me per certi versi, comunque immaginate una sorta di Soilwork molto melodici, con qualche giro di chitarra alla Darkane, soluzioni vocali vicine agli Edenshade, contaminazioni thrash di chiara ispirazione americana, cosi come pure qualche rimando ad altri gods (i Korn) è percebile nelle note di questo “Moments of Aberration”. L’abilità dei nostri sta nel far convivere tutte queste influenze in un unico lavoro senza snaturare la propria identità, e senza offrire alla fine un cd che suoni cosi particolarmente eterogeneo. Anzi proprio qui sta il pregio dei Lapsus, convogliare una serie di affluenti/influenze in un unico fiume di passione e vivacità che rendono assai appetibile questo lavoro, che forse vi terrà incollati allo stereo per qualche tempo, per poi ahimè stancarvi, all’uscita dell’ennesimo lavoro di questo stampo (vera spina del fianco di questo genere). Forza e coraggio, sperimentando qualcosina in più, si possono ottenere ottimi risultati… (Francesco Scarci)

# MASSIMA ALLERTA: la giusta combinazione di cleaning vocals/growl e screaming
# COLPO DI SONNO: la ballad “Insomnia”




LEAFBLADE
“Beyond, Beyond”
(Angelic Records/Aftermath Music)
Voto: 75
# Per chi ascolta: Enya, Anathema


Consigli per l’ascolto: toglietevi le scarpe, coricatevi su un letto (o un divano), rilassatevi, chiudete gli occhi, premete “Play”, lasciate fuori tutto il resto... Non è un album facile: se non avete voglia di lasciarvi andare ad una musica particolarmente evocativa, eterea e sognante, cercate altrove. Sì perché quest’opera degli inglesi “Leafblade” (formati da Sean Jude, Daniel Cavanagh e Daniel Cardoso) non ha nulla di metal. Ma è maledettamente brillante. Suoni, voci, melodie, arpeggi di chitarra: tutto elegante, curato. Sonorità ricercate, con qua e là richiami new age e inserti di suoni della natura, che portano un che di bucolico in lontananza. Il cantato melodico, confidenziale, in alcuni casi quasi sussurrato, si sposa con gli accordi raffinati e la parte ritmica mai sopra le linee. Ne esce un’alchimia sonora, che è quasi un incantesimo. Il senso di fascinazione, che nasce da ogni singola traccia, nell’ascolto filato dell’album purtroppo si stempera... e quasi le songs non si distinguono, si amalgamo in un continuo sospeso. Sicuramente è voluto, sicuramente è evocativo, sicuramente crea una specie di ostacolo all’ascolto. Ecco dove è il lato debole dell’album. Per mantenere l’incantesimo, il tono diventa un po’ troppo monotono, e così si presta il fianco alla noia. Non perché le canzoni abbiano tutte le stesso schema compositivo, anzi mi pare che gli autori non lo considerino per nulla (non troverete ritornelli o strofe veri e proprie), ma per lo stile mantenuto senza accelerazioni improvvise o fughe. Però, come non apprezzare il ritmo e i suoni di flauto di “A Celtic Brooding in Renaissance Man”? Come non lasciarsi trasportare dalla armonia e dalle parole (sono in inglese, ma cercate di trovarle se non le capite ad orecchio) della conclusiva “Sunset Eagle”? E come non trovare davvero equilibrata “Rune Song”? Quest’ultima rappresenta al meglio l’anima di questo platter, con i suoi pregi e difetti. Una mia nota particolare: il lavoro si apre con il suono di un ruscello e con lo stesso si chiude. Ho un debole per questi espedienti, quando son fatti bene. Trovo molto azzeccata l’immagine in copertina del disco, dal packaging davvero essenziale. Un CD apprezzabile, non immediato, che ha bisogno di qualche ascolto e della voglia di seguire il viaggio propostoci dagli artisti senza remore. Fidatevi. (Alberto Merlotti)

# MASSIMA ALLERTA: Difficile trovare una canzone, direi “A Celtic Brooding in Renaissance Man”.
# COLPO DI SONNO: la forse troppo lenta “The Winter Waking”


 
 
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