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THE GATHERING + Autumn - 2 febbraio, Alcatraz (Milano)
Di Luisa Mercier.
Quando la data è stata annunciata qualche mese fa, io non credevo ai miei occhi. Le speranze che gli Autumn venissero in Italia erano vicine allo zero e ora me li ritrovavo addirittura assieme ad un’altra delle mie band preferite, i The Gathering.
Il 2 febbraio l’ho atteso con molta impazienza e tutte le aspettative sono state ripagate con gli interessi.
All’apertura dei cancelli saremmo stati in trenta ad aspettare fuori ed ero abbastanza delusa dalla risposta del pubblico italiano, salvo ricredermi più tardi.
Il locale si è riempito alla spicciolata, con molti che hanno scelto di saltare la band spalla per godersi solo il concerto dei The Gathering.
Buon per me che ho potuto godermi Marjan e compagni sotto il palco e il suo microfono. Gli Autumn hanno proposto un mix di brani dal loro nuovo e magnifico album “Altitude” e dalla penultima fatica “My New Time”, trascurando i loro esordi gothic-doom.
Il genere ora proposto è un hard rock alternativo che a tratti sfocia nel metal, ricco di atmosfera e arricchito dall’emotiva voce di Marjan Welman, degnissima sostituta della ex Niente de Jong.
Una decina di persone tra cui io hanno animato il loro set con urla, canti e qualsiasi genere di schiamazzo che ben compensavano il sostanziale immobilismo del resto della platea.
L’opener è la splendida “Synchro-Minds”, canzone che farebbe commuovere un cuor di pietra seguita dall’energica “Paradise Nox” e da due pezzi più vecchi, “Forget to Remember” e “Epilogue”, che segnano due momenti di grande atmosfera.
Altri highlights della serata sono state “Skydancer” e “Satellites” che hanno letteralmente trascinato il pubblico ai piedi del palco.
Il set si è chiuso con “Altitude”, title-track dal sapore epico con un bridge da brividi.
Il momento dei The Gathering è giunto e il locale ha quantomeno quadruplicato le iniziali presenze. Il pubblico degli olandesi è molto eterogeneo e comprende sia i classici metallari che impiegati appena usciti dal loro ufficio. Anche l’età media era abbastanza alta.
Devo confessare di aver alimentato qualche dubbio sulle capacità di Silje Wergeland, sostituta della storica voce Anneke Van Giesbergen.
Dubbi che il concerto ha spazzato via.
Si festeggiano i 20 anni della band, adeguatamente celebrati alternando a pezzi dal nuovo “The West Pole” i vecchi classici.
La strumentale “When Trust Becomes Sound” apre il set e Silje dà subito il suo contributo alla tastiera.
Torna dietro al microfono con “No One Spoke” e dà subito prova della sua abilità, ma sono veramente rimasta a bocca aperta su “On Most Surfaces (Inuit)”, da “Nighttime Birds” album storico della band. Silje non fa rimpiangere per nulla Anneke, e il resto della band è impeccabile compresa la rientrata Marjolein al basso.
Un pezzo che non mi ha entusiasmato mai troppo su album è “Analog Park”, che invece live si è rivelato molto d’impatto e coinvolgente specie sul bridge strumentale che rivela l’anima più rock della band.
Gli entusiasmi si sono scatenati soprattutto sui classici e “In Motion #1” non ha fatto eccezione, ma il vero delirio è stato su “Saturnine”, ballata power emozionante come poche che ha coinvolto veramente tutti, in un pubblico che non si è distinto molto per dinamismo.
Dal nuovo “The West Pole”, ho apprezzato tantissimo i giochi creati con le luci e il fumo su “No Bird Call”e “All You Are” che ha dato un tocco di positiva allegria alla set-list.
L’encore è stato arricchito da due tracce che più storiche non si può, “Leaves” e “Travel” che hanno chiuso in gloria il concerto.
Ho veramente amato questo show dal primo minuto degli Autumn all’ultimo dei The Gathering. Peccato per le presenze che erano meno di ducento, ma i presenti si sono fatti valere adeguatamente.
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